Blog di Valenza Alchemica, novembre 2007
Ritratto di trentenne su sfondo bianco

Synagosyty di Gabriele Vacis

Bianco. Bianco è il cubo di metallo che campeggia sulla scena: casa-chiesa-scuola-cortile: mondo. Bianca è la felpa, col cappuccio, da rapper, che fa risaltare gli occhi scuri e la pelle olivastra. Bianco è l’abito delle bambine, il giorno della Prima Comunione. Bianca è la vernice avanzata nella latta, irresistibilmente densa, placida e pastosa, da spalmarla ovunque, anche sul cane. Bianco è il corpo della mamma, uscita trafelata dalla doccia, arrabbiata e avvolta in un asciugamano, bianco pure lui...
Comincia così Synagosyty, il nuovo lavoro di Gabriele Vacis, costruito pezzo per pezzo insieme all’attore Aram Kian e andato in scena in prima nazionale, sabato sera, al Teatro Sociale di Valenza. L’inizio è un ricordo emerso dal fondo dell’infanzia, forse il primo, forse solo un sogno o una fantasia edipica. Comunque verniciata di bianco. Perchè può diventare l’ossessione di una vita, il vedersi come una macchia scura in un mondo di un altro colore.

La vita e l’ossessione raccontate sono quelle di un trentenne un po’ atipico: italiano, sì, ma di padre iraniano. Allora la classica infanzia anni Ottanta, vissuta nella periferia industriale di una grande città del Nord, fra tegolini del Mulino Bianco («quadrati, come li facevano fino all’84») e cerbottane con la punta di spillo, si scontra con le maestre che ti chiamano Gheddafi («Ma Gheddafi è Libia. Mio padre è Iran!») e vogliono farti dire il “Padre nostro” («Il Padre nostro non lo so perchè mio padre è comunista. Non musulmano. É iraniano, ateo e comunista!»). E una tipica adolescenza degli anni Novanta, condita di occupazioni studentesche e primi turbamenti sessuali, si popola di ragazzine che si domandano maliziosamente se sei circonciso («Ho detto di sì, tanto che probabilità aveva di scoprirlo... ») e vogliono battersi per i diritti del “tuo” popolo ogni volta che scoppia una maledetta guerra in qualsiasi paese del Medioriente. Per finire, a cavallo del nuovo secolo, inconcludente studente universitario senza lavoro, a litigare in discoteca con un energumeno buttafuori, ritrovandoti in questura, con un agente che ti punta la pistola alla tempia pensando di avere di fronte un terrorista...

Risentimento e tenerezza, rabbia e vittimismo si mescolano nel ritratto di un protagonista-narratore perennemente in conflitto con il suo status di “seconda generazione”. Ma il lungo racconto non è più un soliloquio, come nel primo studio presentato in settembre. Con la voce e il volto di Francesca Porrini, si aggiunge il contraltare femminile: una Carmen qualunque, ragazza siciliana di Sinago milanese, «dove basta venire da Roma per essere terroni». La condizione di “seconda generazione” si declina dunque al plurale e la prospettiva cambia decisamente: l’ossessione della diversità, l’assillo del partire un passo indietro agli altri non sono più covati in una rabbiosa solitudine, ma trovano un confronto diretto e si stemperano nell’ironia. È un ridimensionamento che, nell’era del catastrofismo e del “com’è possibile”, negli anni degli assoluti e del paventato “scontro di civiltà”, non può che essere salutare.
Così, con buona pace delle maestre che si divertono a dare soprannomi, dopo la seconda, ci sarà una terza generazione e il senso di quella parola oggi tanto usata - “integrazione” - lo si troverà in una quotidianità di chiaro-scuri, non certo fatta di candidi mulini pubblicitari. Perchè il mondo intorno, in fondo, non è poi di un bianco così abbacinante.

Giorgia Marino | 2011