Blog di Valenza Alchemica, novembre 2007
Comeacqua

Muta Imago

«Il verbo amare non è un verbo sicuro: non è preciso...».
Come in un dipinto surrealista, dal soffitto pendono buste trasparenti piene d’acqua: custodie liquide di piccoli oggetti, serbatoi sospesi di storie in embrione. In basso, una pedana di vetro, bicchieri, ampolle, tubi, vernici disegnano l’interno di un laboratorio, o forse di una stanza dei giochi: ma in fondo, è lo stesso. Scienziati-bambini, i due attori in scena (Glen e Simon Blackhall) – fratelli, amici, amanti, legati per le caviglie da una corda ora troppo lunga, ora troppo corta – miscelano sentimenti e distillano rapporti in capillari meccanismi di vasi e alambicchi. L’acqua gocciola da un bicchiere nell’altro, scivola sulla pelle nuda, scorre in un tubo come nelle vene, scioglie i nodi o li stringe ancora di più, si stende su una lastra di vetro e fa da mare per una barchetta, da tela per un dipinto infinito, da palcoscenico per un tip-tap, da lenzuolo per un sogno.
Giocano e sperimentano, la regista Claudia Sorace e i giovani artisti di Muta Imago, e l’oggetto delle loro suggestive indagini e manipolazioni sono le relazioni umane. Instabili, liquide, sfuggenti, volubili, ma, alla fine, sempre fatte della stessa sostanza. Comeacqua.
I legami si raccolgono, evaporano, si volatilizzano, si fanno densi, poi rigidi, freddi, si spezzano, si sciolgono, si ricompongono... Le dinamiche sono ogni volta le medesime, eppure sempre diverse. Non bastano, allora, le parole a descriverle, a comprenderle; i verbi diventano insufficienti, imprecisi. La precisione può solo essere quella trasparente, immediata, intuitiva dell’acqua.

Giorgia Marino | 2011