Quaderni del TST, stagione 2008/2009
Per un applauso consapevole

La scuola dello spettatore del TST

È un gelido pomeriggio di metà dicembre. La pioggia e il traffico impazzito inviterebbero a rintanarsi in casa davanti alla tv, eppure alle Fonderie Limone di Moncalieri, in uno dei locali che fino all’anno scorso ospitavano feste danzanti e tombolate, ora adibito ad aula-studio, continua ad arrivare gente. È l’ultimo appuntamento prima di Natale con la Scuola dello Spettatore e nessuno dei suoi entusiasti allievi vuole mancare.
Il professore ha già cominciato la sua lezione, alle 17.30, puntualissimo (per lui il quarto d’ora accademico non è mai stato inventato...). I ritardatari si affrettano a prendere posto: un peccato perdere anche solo una parola di una lezione che si gusta come uno spettacolo vero e proprio. Oggi poi si parla di Shakespeare e ormai lo hanno capito tutti che il Bardo di Stratford è il cavallo di battaglia dell’insegnante.
Ascoltare Guido Davico Bonino che discetta sulla genesi di Romeo e Giulietta o sulle beghe finanziarie dei Lord Camberlain’s Men è sempre una sorpresa: per quanto si sia ferrati sull’opera shakespeariana e sulle faccende domestiche del vecchio Willy, il professore riuscirà comunque – diabolicamente – a tirar fuori qualche inatteso asso dalla manica, magari con una parentesi cabalistica sulla triplice stesura dell’Amleto e sui 3333 versi che, guarda caso, compongono la tragedia, oppure con la dottissima citazione di un linguista italiano, emigrato ad Harvard, che ha compiuto studi approfonditi sui giochi di parole dei fool, o ancora con i retroscena, non proprio edificanti, sulla pubblicazione dei famosi in folio.

«Ma non sono solo nozioni quello che ci portiamo a casa ogni volta», osserva Claudia Cravero, una delle allieve più giovani della Scuola. «Oltre alla cultura enciclopedica, alla vastissima esperienza, all’istrionismo, il professor Davico Bonino riesce a trasmetterci l’autentica e contagiosa passione per il teatro e tutto il suo mondo». Come lei, sono una trentina i “contagiati” che, un pomeriggio a settimana, usciti da lavoro, si immergono in due ore di racconto serrato sulla vita dei più grandi attori della storia, sulla messinscena dei capolavori della drammaturgia mondiale, sui retroscena degli spettacoli più celebri. E se per Claudia la motivazione è semi-professionale («Scrivo i testi per la compagnia teatrale di mia sorella – spiega – ed essendo un’autodidatta, questa mi è sembrata un’ottima occasione per saperne di più, per raccogliere un po’ di suggerimenti bibliografici»), la maggior parte degli iscritti ha invece semplicemente assecondato uno schietto interesse e un amore per sipari e palcoscenici nato magari ai tempi della scuola.
È il caso di Maria Rita Saraceno e Marino Pagni, laureati in inglese e, naturalmente, amanti di Shakespeare: «A teatro ci siamo sempre andati, da quando eravamo studenti. Poi, nell’83, abbiamo cominciato con gli abbonamenti e da allora non saltiamo un anno». Lo stesso vale per Veronica Aricò e Renato Amadori, sposati, entrambi medici ed entrambi, manco a dirlo, precoci teatrofili: «L’amore per il teatro ce lo portiamo dietro da quando eravamo al liceo – raccontano, palleggiandosi le frasi come una collaudata coppia di attori – L’abbiamo coltivato e approfondito insieme negli anni e adesso questo corso ci ha dato anche una splendida idea per i regali di Natale: una collezione di video dei più celebri allestimenti italiani. Guardarli non farà che aumentare la nostra sete di teatro e spingerci sempre più spesso davanti a un palcoscenico».

L’esperimento del Teatro Stabile, del resto, si rivolge proprio a loro, ai cosiddetti spettatori “comuni”, ai non addetti ai lavori, a tutti coloro che entrano in una sala teatrale così come si andrebbe al cinema o a un concerto: solo per piacere. Come Annamaria Anzile, settantenne, ragioniera in pensione, un fiume di entusiasmo in piena: «Amo il teatro, la musica, il cinema, la lirica... Quando ero piccola mia madre mi cantava le arie d’opera – racconta - A 14 anni una delle mie più care amiche era un’aspirante regista: insieme andammo a vedere i primi spettacoli di Strehler al Piccolo di Milano. Ho visto la Compagnia dei Giovani, Paola Borboni, Eduardo, Vittorio Gassman, Carmelo Bene. Il teatro mi è indispensabile: è una fuga, la porta per un’altra dimensione, l’occasione per entrare in un altro mondo. Non potrei davvero farne a meno, e quando mi hanno comunicato che ero stata accettata alla Scuola dello Spettatore ero talmente felice che ho dovuto telefonare subito a tutte le mie amiche. Si figuri che sono sempre la prima ad arrivare a lezione, io che per tutta la vita sono stata una ritardataria cronica...».

All’entusiasmo, che certo non fa difetto ai suoi allievi, la Scuola dello Spettatore vuole dunque fornire qualche strumento critico, nella convinzione che chi va a vedere uno spettacolo teatrale abbia “il diritto di saperne di più”. «La mia impressione – osserva ancora Claudia Cravero – è che il pubblico italiano sia mediamente ignorante, ma con tanta voglia di non esserlo. Sento spesso dire: “Mi piacerebbe, ma non capisco, non me ne intendo”. E i programmi scolastici certo non aiutano in questo senso...».
Qualche anno fa, nell’introdurre un suo poderoso manuale sull’analisi dello spettacolo, Patrice Pavis si proponeva di “restituire allo spettatore quella fiducia nel proprio sguardo che non avrebbe mai dovuto perdere”. È questo, per l’appunto, lo spirito con cui è nata la Scuola dello Spettatore: per vincere la diffidenza e quell’alone di elitarismo che le avanguardie hanno creato attorno al fatto teatrale; per restituire anche agli amanti occasionali del teatro la giusta fiducia nelle proprie capacità di giudizio; per creare, “equipaggiandolo” adeguatamente, uno spettatore che non si senta sprovveduto né intimorito di fronte a un’arte lontana e incomprensibile, uno spettatore responsabile e – si potrebbe dire, parafrasando Flaiano – finalmente “risvegliato”.
Paradossalmente, se è vero che la conoscenza aiuta la libertà di scelta, l’ideale approdo della scuola voluta da Davico Bonino sarebbe uno spettatore capace di ribellarsi a quello che ormai è diventato l’obbligo morale dell’applauso. «Certo che applaudo sempre, anche se lo spettacolo non mi è piaciuto – rispondono alla domanda diretta quasi tutti gli interpellati - È una questione di rispetto per il lavoro del regista e degli attori». Sacrosanto. A patto però che si sia coscienti di ciò che si sta facendo: c’è una bella differenza fra un rispettoso batter di mani e un tripudio di ammirazione, e chi sta sul palco ha il diritto (e il dovere) di accorgersene.
Spelliamoci pure le mani, allora, ma che sia un applauso consapevole.

Giorgia Marino | 2011