Teatro/Pubblico, nov. 2005
Da grande voglio fare l'attore...

Un giorno fra gli allievi del Teatro Stabile

Si comincia per gioco, per passare il tempo, per aggiungere un’attività al curriculum extra-scolastico, per fare colpo sulla ragazzina di cui si è innamorati o perché mamma fa la custode di un teatrino di provincia ed è più bello spiare le prove degli spettacoli che stare a casa a fare i compiti. Si continua perché non c’è niente altro che dia più soddisfazione, perché si pensa per tutta la giornata al momento in cui ci si potrà liberare di se stessi entrando nei panni di qualcun altro, perché le tavole del palcoscenico diventano un rifugio, in una parola, perché non se ne può più fare a meno. «Nella vita sono uno sfollato – diceva Eduardo – La mia vera casa è il palcoscenico». E quando scatta questa consapevolezza, allora è fatta. Incastrati per tutta la vita: da grande voglio fare l’attore…
La trita retorica sulla vita da guitti e le storie sulla “chiamata” del sacro fuoco dell’arte hanno fatto il loro tempo. Ormai va di moda il minimalismo, o meglio, la tendenza a normalizzare un mestiere avvolto nei secoli da un alone di marginalità sociale, di maledettismo, di mistero, e che, con buona pace delle leggende, sembra oggi acquisire, nell’immaginario collettivo come nelle aspettative di chi ne intraprende la strada, un più chiaro statuto di professione. I ragazzi della scuola per attori del Teatro Stabile si raccontano così, quasi dicessero: studio legge perché da piccolo adoravo Perry Mason. Eppure anche nelle loro storie così quotidiane, prive di romanzesche folgorazioni, è la passione – condizione indispensabile per un mestiere senza garanzie di successo e ad alto rischio di frustrazione – ad essere la nota dominante.

«I miei genitori sostengono che, quando avevo quattro anni, a chi mi chiedeva cosa volessi fare da grande rispondevo sicura: “Farò l’attrice famosa”. Io non me ne ricordo, ma so che da quando, a dieci anni, ho iniziato a frequentare un corso di teatro non ho più smesso... ». Barbara Mazzi ha 21 anni e il suo accento, quando non parla in dizione, tradisce la provenienza senese. Non ha esitato, appena saputo di essere stata ammessa alla scuola del Tst, a trasferirsi a Torino, nonostante le difficoltà, nonostante la nostalgia di casa, perché già sapeva che il teatro sarebbe stata la sua strada: «Era l’unica attività che mi facesse stare tranquilla, attenta, tutto il resto mi annoiava: disertavo le lezioni di nuoto, di pallavolo, per non parlare dei compiti.... Per i miei genitori il teatro era diventato una sicurezza: quando non mi trovavano, sapevano di potermi cercare lì».
Anche Mailinda, ventunenne di origini albanesi, ai libri preferiva le quinte del palcoscenico: «Mia madre è custode di un teatro a Savigliano e così da piccola, invece di studiare, spiavo gli attori che provavano. Ad un certo punto ho deciso di salirci io sulla scena e mi sono iscritta ad un corso di recitazione a Racconigi. Poi è arrivata la scuola dello Stabile».

Alla passione cresciuta a cominciare dall’infanzia, Maria Fonzino, 24 anni di Matera, contrappone una scelta più consapevole, maturata negli anni dell’Università: «Ho cominciato con un laboratorio di improvvisazione a Siena, dove frequentavo Storia. Aspettavo sempre con ansia la sera per andare al laboratorio e man mano il teatro ha preso il sopravvento nella mia vita».
Classico, nel suo genere, l’inizio di Gian Domenico, 24 anni di Nuoro: «Avevo 17 anni e la ragazza che mi piaceva si iscrisse ad un corso di recitazione a scuola. Io ovviamente la seguii... Non avevo nessun tipo di velleità, ma il mio insegnante mi incoraggiò, mi disse che ero portato. Recitare presto si rivelò per me una via di fuga, fingere di essere qualcun altro divenne una necessità: non mi piacevo e mi sarei scambiato volentieri con chiunque altro... ».
“Necessità” è il termine che usa anche Barbara: «Sono timida – dichiara (ma non si direbbe) – e il teatro diventa per me il mezzo migliore per esprimermi, l’unica via: ne ho bisogno... ». «C’è stato un momento in cui ho pensato che non avrei potuto fare altro che questo nella vita – racconta Andrea Redavid, ventiquattrenne di Torino, anche lui catturato da un corso di educazione teatrale nella prima adolescenza – Non è che non abbia altri interessi: so fare anche altro, e non peggio di quanto sappia recitare. Ma, insomma, vorrei che il teatro diventasse la cosa che so fare meglio».
Stessa determinazione anche per Yuri D’Agostino, 25 anni di Genova, che racconta la reazione non proprio entusiastica della sua famiglia: «Ho cominciato a studiare teatro a 12 anni e poco a poco mi sono reso conto che non volevo fare un lavoro che mi avrebbe chiuso per otto al giorno dietro una scrivania. Quando ho annunciato ai miei che mi sarei trasferito a Torino per frequentare la scuola dello Stabile, mio padre mi ha subito chiesto perché invece non mi ero iscritto ad informatica e mia madre si è messa a piangere... ». Alla fatidica frase “Voglio fare l’attrice”, qualche perplessità fra le mura di casa l’ha incontrata anche Mailinda: «Mia madre era un po’ scettica. Visto il lavoro che fa, ha un’idea abbastanza precisa della vita di un teatrante: sempre con la valigia in mano, oggi qui, domani chissà... Lei invece vorrebbe che mi costruissi una famiglia. Comunque non mi posso lamentare: i miei mi aiutano e mi sostengono».

Oggi che due anni sono passati e l’ultimo è appena stato inaugurato nelle aule di corso Moncalieri, ai sogni gloriosi e un po’ vaghi dell’adolescenza sono subentrate via via prospettive più concrete e una più chiara coscienza del teatro come lavoro, una maggiore comprensione delle sue dinamiche, dei sacrifici che richiede, delle caratteristiche indispensabili in questo mondo.
«Mi sento più forte – dice Maria – in questo periodo ho acquisito degli strumenti, ho cancellato molte incrostazioni del passato, soprattutto ho capito la necessità di crescere continuamente, di rinascere ogni volta. Credo che la caratteristica più importante per un attore sia la duttilità, ma – aggiunge – è anche fondamentale la capacità di sentire il gruppo. Oggi, in un momento in cui certo teatro di grande regia sta tramontando, diventa essenziale per gli attori una forte auto-consapevolezza, essere coscienti cioè del fatto che si lavora insieme, non da soli».
«Ho fatto la scuola per sentirmi in grado di sostenere un provino con la coscienza delle mie capacità – spiega Andrea – La mia idea è quella di bonificare il terreno, impiantare delle fondamenta solide e solo dopo cominciare a edificare quello che voglio. Per ora ho acquisito delle tecniche e sono contento del livello che ho raggiunto, ma non ho ancora cominciato a costruire: sono lontano dall’essere “bravo”... ». Conosce le sue debolezze, ma non difetta di fiducia in se stesso, infine, Gian Domenico: «Il mio obiettivo è di vivere con il teatro», dichiara con un certo senso pratico. Ma poi, con un guizzo negli occhi, annuncia: «Quanto al sogno... sarò il più grande attore del mondo!».

Giorgia Marino | 2011