teatrostabiletorino.it, 2005
Portage r.p.

Se l'arte è questione di prospettive

Al numero 10 di via Principessa Clotilde, fuori dalle piste battute del Quadrilatero Romano e un po’ lontano dalla zona universitaria, c’è un angolo decentrato di bohème torinese. Non una soffitta stile Mont Martre, ma un seminterrato a cui si accede attraverso un cortiletto interno, aperto in mezzo a balconi italicamente “ornati” di panni stesi, è lo studio e il rifugio di una coppia di artisti-performer che hanno qui incrociato i loro percorsi e un punto di riferimento accogliente per le serate di prove e progetti di tanti giovani teatranti di Torino. Sulla porta (di quelle da vecchio locale-lavanderia, con cui bisogna trattare per un po’ prima di riuscire ad aprirle…) un’insegna scritta a mano: “Portage”. In inglese, porto: approdo, magari momentaneo, luogo – insieme concreto e metaforico – di passaggio e di incontro di diversi linguaggi, zona franca di scambio di idee, visioni, prospettive.

Sono queste, appunto, le parole d’ordine dell’attività di Alessandra Lappano e Enrico Gaido, che da poco più di un anno hanno stabilito in questo scantinato della vecchia Torino il loro quartier generale. «Per noi fare teatro è una necessità. Entrambi facciamo altri lavori, ma solo per poter pagare l’affitto di questo spazio, per avere un luogo dove proseguire la nostra ricerca e riuscire ad allestire le nostre performance». Davanti a un paio di birre, seduti nel soppalco che si affaccia su una sala in perenne stato di allestimento, Enrico e Alessandra raccontano la loro storia, accennano, con il lieve imbarazzo di chi non è abituato a parlare di sé se non attraverso il filtro dell’arte, alla loro formazione, alle vie e agli incontri che li hanno portati ad una non facile scelta di indipendenza. Laureata in Estetica a Torino, Alessandra è stata per diversi anni lontana dalla sua città, accumulando in giro per l’Italia un bagaglio di esperienze significative nel campo del teatro di ricerca: dal Workcenter di Grotowski, a Pontedera nei primi anni ’90, alla Corte Ospitale di Reggio Emilia, dal lavoro con il Gruppo ’63 (in collaborazione con Nanni Balestrini e Edoardo Sanguineti) all’allestimento di Oracoli di Vargas. Studente del Politecnico transfuga dal suo destino di ingegnere edile («Sono laureato, ma non ho mai praticato», dice lui, e nella precisazione si avverte una punta d’orgoglio…), Enrico ha invece un nome piuttosto conosciuto nell’ambiente del teatro off torinese: nel ’99 è stato uno dei fondatori del gruppo Blusuolo (ribattezzato poi Blusuolo III dopo l’uscita di Dario La Stella).

A quell’esperienza è inevitabile fare riferimento quando si parla del progetto Portage. I temi cardine dell’indagine dei Blusuolo nel territorio delle arti performative – la commistione dei linguaggi, naturalmente, ma anche il lavoro sullo spazio, l’utilizzo integrato di diversi media e soprattutto la ricerca di un senso e di una possibilità di libertà in una quotidianità spersonalizzata – confluiscono infatti nel percorso intrapreso insieme ad Alessandra, arricchendosi però strada facendo di nuovi elementi e virando in maniera più decisa verso le forme dell’arte contemporanea. Lo sconfinamento in codici altri rispetto a quelli della rappresentazione e l’adozione di modalità proprie non solo delle avanguardie artistiche ma dell’arte tout court (installazioni, ma anche vere e proprie sculture) si vanno, così, precisando fino a condensarsi in un principio che costituisce una delle linee guida della ricerca di Portage: il concetto di “residuato performativo”. «Si tratta – spiegano – di enti ad alta densità espressiva capaci di racchiudere il contenuto della performance, che per sua natura prende vita nell’elemento tempo, ma in esso si consuma. Qualcosa, cioè, che sopravviva al momento della performance, non come pura documentazione o elemento vivisezionato, ma come realtà in sé compiuta, come parte contenente il tutto». Ecco dunque che, ogni volta, l’idea da cui si genera l’evento spettacolare arriva a concentrarsi nella forma solida e permanente di un oggetto, di un manufatto che ne catturi, a perenne testimonianza, il senso.

Così accade, ad esempio, nell’ultimo lavoro di Portage, Il pentito. Niente a che vedere, come lascerebbe supporre il titolo, con una vicenda di mafia, Il pentito è un percorso a “stanze” attraverso la storia esemplare di un personaggio anonimo, che ruota attorno, considerandola da vari punti di vista, all’idea di sosta e alle implicazioni e reazioni che essa genera: perché ci si ferma? come fare a riprendere il cammino? di cosa pentirsi? Segnato da un progressivo accrescimento del livello di realtà, il viaggio-installazione procede così da un modellino di uomo in piccola scala all’animazione fotografica, dal video-confessione alla presenza del personaggio in carne ed ossa, per concludersi con l’inaugurazione di un monumento, una piccola torre di Babele, una piramide innalzata sugli strati di un infinito cercare, che si fa tributo all’incompletezza (feconda) dell’essere e immagine, bloccata in un istante di sosta, di un instancabile cammino interiore.

La scomposizione, scientificamente perseguita, dei punti di vista, che frammenta l’unicità dello sguardo con il rigore di una proiezione ortogonale (ecco qui, messa a frutto, l’ascendenza ingegneristica di Enrico…) è l’altro elemento portante del lavoro di Portage. Se ne Il pentito questa esplosione prospettica si realizza attraverso la ridistribuzione in tappe isolate delle componenti che normalmente danno vita ad un’opera teatrale (lo spazio, l’immagine, le forme plastiche, il corpo, la parola…), in Cercasi cecchini (allestimento riproposto il 21 maggio a Biella, presso la Cittadellarte di Pistoletto) è l’atto stesso dell’osservare a diventare l’argomento del discorso, è la scelta o non scelta del punto di vista, che ha sempre funzione etica, ad essere posta in questione. Come in un campo di addestramento, dove la difficoltà consista nel riconoscere la visione frontale, dall’alto e in sezione di una stessa realtà, il “cecchino” si allena così, attraverso un vero e proprio percorso a ostacoli, a “osservare, giudicare e colpire” bersagli che impara a rendere classificabili e ad inserire in categorie sicure. Ma le imposizioni di un addestramento militare possono solo offrire una serie limitata di opzioni, non allenano alla libertà e all’apertura mentale. Basta poco per confondere di nuovo la visione, per mandare all’aria le certezze: agli spettatori è offerta la possibilità di assistere alla performance dal vivo, o chiusi in una stanza, attraverso una ripresa video. «È sorprendente – osserva Alessandra – il pubblico si divide esattamente a metà…». C’è sempre un nuovo sguardo, non compreso nelle categorie classificate, che può generarsi da qualsiasi situazione: le prospettive si moltiplicano all’infinito. In fondo l’arte, come la vita, è solo questione di punti di vista…

Giorgia Marino | 2011