Teatro/Pubblico , nov. 2006
In allerta

LinksLAB: nel laboratorio di Gabriele Vacis

Otto passi avanti, otto passi indietro. Nel silenzio del primo pomeriggio risuona il battito scandito dei piedi scalzi sul linoleum della Cavallerizza. Venti persone su un unico ritmo, quattro quarti più quattro, come un solo cuore che pulsa, uno per tutti. Il rumore è ancora troppo, dovrebbe essere un soffio: “respiro comune”, così in origine si chiamava l’esercizio. Il segreto sta nel controllare il peso, nello scrollarsi di dosso i pensieri, nel raggiungere uno stato di attenzione sospesa che consenta di sentire gli altri, prima ancora di ascoltarli o vederli. Lo scopo è arrivare ad essere un solo organismo.
Si chiama “schiera” ed è il punto di partenza. Stanislavskij, Grotowski, Lee Strasberg facevano qualcosa di simile. Gabriele Vacis l’ha adottata nell’85 («è venuta fuori per caso, durante un’improvvisazione») e da allora non l’ha più abbandonata, anzi, ha fatto scuola, tanto che oggi “quelli che fanno la schiera” costituiscono una sorta di tribù trasversale del teatro italiano. E se gli otto passi sono sempre un buon inizio, il loro valore è innegabile quando si tratta di smontare sovrastrutture recitative acquisite, di eliminare rigidità sedimentate che intralciano i movimenti, di grattare via incrostazioni che viziano atteggiamenti, voce, gesti e di fare tabula rasa per partire (o ripartire) dal grado zero, perché, come scrive Peter Brook, «affinché accada un qualcosa che abbia qualità, è necessario che si crei uno spazio vuoto».

Così la schiera è diventata la partenza ideale per ogni sessione di LinksLAB, progetto che, sulla scia di R&J Links, Vacis ha voluto sviluppare sulla durata: un esperimento di laboratorio permanente a rotazione (per ogni giornata, un gruppo diverso di partecipanti) per suggerire un metodo di lavoro efficace agli attori, e, insieme, per regalare uno sguardo nuovo agli spettatori.
«Se il teatro ha un senso oggi, questo senso sta più nel farlo che nel vederlo. Siamo ormai abituati a guardare e guardiamo sempre più passivamente quello che ci scorre sotto gli occhi. Ma in teatro la cosa importante, più che “vedere”, è “esserci”».
Seduto a terra a gambe incrociate, circondato da un gruppo di ragazze e ragazzi di quarta e quinta superiore, da attori di una compagnia torinese e da alcuni dei giovani protagonisti di R&J, Vacis racconta così il fare teatro. Si occupa con semplicità disarmante di smontare preconcetti, di abbattere quella barriera di diffidenza che spesso allontana i “non addetti” (soprattutto da certo teatro) e nello stesso tempo dimostra come, in fondo, l’atteggiamento dell’attore in scena e quello dello spettatore in sala siano spesso affetti dalla medesima malattia: la mancanza di reattività. Se è vero che lo sguardo del pubblico, oppresso da una sovrabbondanza di informazioni che genera impotenza, rischia ogni giorno di più l’apatia, sono tante volte gli stessi teatranti, che quello sguardo dovrebbero scuotere, ad essere invece rigidi, intrappolati in schemi fissi, concentrati su fattori inessenziali. Racconta Vacis: «Mi capitò una volta, durante le prove generali di un’opera lirica a Dublino, di assistere ad un episodio emblematico. La soprano, incatenata nelle segrete veneziane, stava cantando con trasporto la sua aria, disperandosi per il destino che la condannava a morire imprigionata. Ad un certo punto, tanta era la foga, che la catena si staccò dal muro di cartapesta. Dalla platea arrivò un grido: “Scappa!”. Ma lei, ovviamente, continuò imperterrita a cantare la sua disperazione…».

“Esserci”, che si stia da una parte o dall’altra della quarta parete, significa allora essere presenti a se stessi, pronti a reagire alle sollecitazioni, in continuo stato di allerta; tranquillamente, ma in allerta, come i gatti. Difficile spiegarlo a parole, non rimane che provarlo sulla pelle.
Ecco, dunque, che gli attori di R&J (Glenn Blackhall, Simona Frattini e Fabio Ghidoni in testa) intervengono a “disturbare” la schiera. È facile che l’andamento ipnotico di quella marcia cadenzata induca ad astrarsi dalla situazione in cui ci si trova: basta poco, e gli sguardi cominciano a perdersi nel vuoto, i volti ad assumere quell’espressione un po’ ebete da mistico in contemplazione… I ragazzi sembrano essere diventati impermeabili all’esterno: uno sguardo insistente di Glenn, una carezza di Simona, una spinta di Fabio quasi non producono effetto. È chiaro, la richiesta implicita di concentrazione è stata interpretata come isolamento dal mondo; ma a teatro la tensione su se stessi non è un fine, può solo essere un presupposto per l’attenzione verso l’esterno. Quelle azioni di disturbo, “interferenze” – come le chiama Vacis – nel moto regolare degli otto passi, sono la scintilla di elettricità statica che nell’acqua ferma fa nascere la vita; a patto, però, che l’acqua non rimanga ferma, ma reagisca.

E l’acqua, metabolizzata la prima scossa, comincia a reagire soprattutto nelle seconda parte del laboratorio. Dopo un breve intervallo, tocca ai ragazzi presentare i loro lavori di fronte al regista e alla compagnia di R&J Links («Il laboratorio è pensato come uno scambio – spiega Vacis – Voi vedete il nostro spettacolo, noi il vostro. E ognuno si porta a casa qualcosa: un’esperienza, una suggestione, un’idea»). Qui il terreno è più familiare: si recupera la parola e si ritrovano tutte le rassicuranti sedimentazioni di cui poco prima si era stati spogliati. Ma dura poco. I lavori presentati diventano i pretesti per una nuova messa in discussione delle pratiche teatrali e dell’idea che di esse ci si forma. Si parla di fluidità, di teatro “di discorso” contrapposto a quello “di parola; qualcuno (una studentessa di liceo, capelli corti e faccia minuta ancora da bambina) pone il problema della noia nella ripetizione, questione cardine di tutto il teatro moderno…
E ancora, si lavora sul movimento involontario di un sopracciglio che non si riesce a controllare, sull’intenzione di una battuta che rimane inespressa, su un frammento di coreografia che non scivola bene, sulla necessità del “mettersi in pericolo” in teatro per non cadere nel tranello della replica infinita, per ritrovare ogni volta l’autenticità.
Che è poi lo scopo principale di LinksLAB: «Insegnare agli altri – dice Vacis ai “suoi” attori, e insieme anche a se stesso – è il modo migliore per imparare. Per ripescare nella memoria e nelle mani, nelle gambe, nel corpo, i meccanismi che ci hanno portato a muoverci in un certo modo, a pronunciare una battuta con una certa intenzione. Per raggiungere la coscienza degli strumenti che abbiamo conquistato». In una parola, per essere sempre in allerta.

Giorgia Marino | 2011