Sistema Teatro Torino, editoriale dic. 2006
Contrattazioni

Al Balon ci si va il sabato mattina. Presto. Prima si arriva, meglio si compra; per una semplice ragione: bisogna prendersi il tempo per contrattare. Nel cuore della vecchia Torino, simbolo trasversale di un’identità urbana sempre più composita e multietnica, non si rinuncia al rito della trattativa sul prezzo di un comò tarmato o di un giaccone consumato. Perché il bello, in fondo, sta proprio lì: altrimenti tanto varrebbe andare all’Ikea…
Si dirà, ora: cosa c’entra un mercatino delle pulci con il teatro? A parte l’indubbia carica drammatica di una transazione a Porta Palazzo, il Balon – e il suo contraltare globalizzato, la grande catena di prodotti seriali – sono l’immagine metaforica di una famosa definizione che Gian Renzo Morteo, padre dell’Animazione Teatrale, amava ripetere per sottolineare la necessità di spostare l’attenzione dal prodotto al processo, vero nucleo vitale del fare teatro: l’animazione – diceva – sta allo spettacolo (inteso come prodotto finito), come la contrattazione sta al contratto. Se gli anni Settanta furono un periodo di appassionata contrattazione, dopo quel fermento il teatro torinese sembrava essersi addormentato su un contratto, rassegnato a comprare i suoi prodotti, senza discutere, tra gli scaffali dell’Ikea.

Oggi che - causa la crisi Fiat e la scossa di riassestamento dell’identità cittadina – la cultura ha re-imparato a conquistarsi i suoi spazi in una continua, ma (quasi) sempre feconda e stimolante, trattativa, anche il teatro ha voglia di riprendersi il tempo per la contrattazione, di tornare a quel metodo, non per ripensarlo con nostalgico rimpianto, ma per riviverlo e inventarlo di nuovo.
Il tempo se lo prende, ad esempio, Gabriele Vacis che, con LinksLab, rivendica il valore della durata e l’importanza del processo, realizzando un laboratorio permanente a rotazione (per ogni seduta, un gruppo diverso di partecipanti) aperto a giovani attori e adolescenti curiosi di teatro: un luogo di scambio di esperienze e un fertile terreno di creazione. E Beppe Rosso, che per la prima volta presenta insieme i tre capitoli del suo viaggio attraverso le nuove marginalità urbane: un percorso che non si è fermato semplicemente alla ricerca e alla documentazione, ma ha coinvolto direttamente, nel processo creativo e sulla scena, i “testimoni”. Ed è infine quello che fanno Silvano Antonelli e Fabio Naggi (Stilema/Unoteatro) con il progetto “Uno e Una”, presentato il 20 novembre in occasione della Giornata dell’Infanzia: un esperimento di antropologia sul campo, un’immersione nell’infanzia contemporanea per monitorare l’immaginario del bambino “qualunque”, e in seguito il tentativo, attraverso il Presidio Teatro Infanzia, di ritrovare con un gruppo di giovani attori un metodo di lavoro fondato sulla frequentazione del proprio pubblico, i bambini.
Naturalmente bisogna alzarsi presto e, senza fretta, predisporsi alla contrattazione…

Giorgia Marino | 2011