Progetto Domani, febbraio 2006
Comunicare il conflitto, raccontare la differenza

Intervista a Marino Sinibaldi

In occasione della prima delle Tre conversazioni sul presente, organizzate dal Teatro Stabile sui temi del progetto Domani, Marino Sinibaldi, giornalista e saggista, vice-direttore di Radio3 Rai e conduttore di “Fahrenheit”, parla di guerra, media e comunicazione.

Durante il primo dei tre incontri all’Università di Torino, lei ha parlato di una angosciante sensazione di ritorno della guerra nel nostro quotidiano. Che ruolo hanno avuto i media nel costruire questa percezione?

È una questione piuttosto complessa. Sembra che i media si trovino fra due tentazioni opposte: da una parte la distrazione, la sottovalutazione, dall’altra la drammatizzazione. Ne è un esempio il caso del Rwanda: un conflitto tragico, anche solo sul piano numerico (si parla di 800 mila morti), una guerra civile nel cuore dell’Africa che è stata raccontata solo a posteriori. Adesso ci sono film, libri, spettacoli, ma all’epoca i media non la videro, era forse lontana dall’asse focale del nostro sguardo... In altri casi invece, come nella guerra in ex-Jugoslavia, i media, soprattutto locali, hanno esasperato la situazione, persino inventando stragi e delitti. È difficile attribuire una responsabilità ai mezzi di comunicazione di massa, ma solo perché ne hanno più d’una. La principale, secondo me, è però quella di non raccontare la realtà delle relazioni tra civiltà: c’è una tendenza a vedere solo il rifiuto, solo il conflitto dove invece c’è anche accettazione e integrazione. Parlo di una guerra quotidiana che ci minaccia: la guerra dell’altro, la guerra delle differenze che si trasformano in ostilità reciproche. Se nei grandi processi geopolitici i media hanno un atteggiamento altalenante, mi sembra che in questa silenziosa e difficile “guerra” che si combatte per l’integrazione abbiano invece la colpa di non riuscire a creare un terreno vero di narrazione – ripeto, narrazione – e di informazione su ciò che accade nella nostra vita quotidiana, nel rapporto con l’altro. La guerra, se c’è, nasce da questo: dalla confusione e dalla trasformazione dell’altro in nemico. E siccome questo accade nella quotidianità, è lì che il racconto dei media mi sembra più colpevole, perché inadeguato e insufficiente.

La sensazione di impotenza e diffusa inquietudine che viviamo forse deriva anche da questo: c’è più bisogno di informazione di quanto non ce ne fosse un tempo e insieme meno capacità o possibilità di raggiungerla. C’è una soluzione?

Khaled Fouad Allam, durante la conferenza, ha citato una frase di Holderlin: «Dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva». La salvezza è nell’esistenza di persone che raccontino i fatti, di giovani che abbiano voglia di intraprendere questo lavoro… Abbiamo bisogno di nuovi sguardi sul mondo, nuove rappresentazioni e narrazioni della realtà. Quelle che abbiamo sono insufficienti o colpevoli: colpevoli perché prediligono il lato spettacolare, quindi inevitabilmente finiscono per drammatizzare; insufficienti perché si concentrano su piccoli frammenti di realtà, senza riuscire a comprendere l’ampiezza di questi fenomeni, che riuniscono aspetti di integrazione e di scontro. I due elementi convivono e bisognerebbe raccontarli insieme. L’unica soluzione è far crescere persone, competenze, sensibilità, ma anche spazi. Uno dei problemi principali della comunicazione oggi consiste infatti nella limitatezza di ciò che comunemente intendiamo per “universo mediatico”: si tratta in realtà di un sistema molto angusto, composto esclusivamente dai principali telegiornali e dai grandi organi di informazione nazionali. Si dovrebbe, invece, avere la possibilità di costruire una rete più capillare di racconti e di conoscenza dell’altro.

Lei si occupa di radio. La radio è forse un medium che più di altri potrebbe avere una funzione del genere…

Naturalmente è più facile condurre questo tipo di operazioni attraverso mezzi di comunicazione più specialistici piuttosto che attraverso media generalisti come la televisione. La radio, avendo un linguaggio non così ossessivamente veloce e schematico come quello televisivo, potrebbe in effetti dare un po’ più di spazio alla rappresentazione delle differenze in forma non ostile, non conflittuale. Però, a conti fatti, lo fa pochissimo. Ad esempio, non esistono, almeno in Italia, radio che raccontino gli extra-comunitari, o addirittura gestite dalle comunità di immigrati nel nostro paese, e questo è sintomatico di un limite che è insieme produttivo e culturale.

E il teatro? È in grado di ritagliarsi un ruolo in questo contesto?

Non in qualità di esperto ma da spettatore appassionato, posso dire che il teatro è uno dei mezzi di comunicazione in cui questa rappresentazione della differenza trova maggior spazio, è il luogo dove il rapporto fra diverse identità è stato più messo in discussione. La tragedia greca nasceva da questo: da una colpa, da una responsabilità, ma anche da una differenza. Ancora più del cinema, la rappresentazione drammatica ha avuto sin dall’inizio la vocazione a mettere in scena la differenza, grazie anche ad un linguaggio, ad una fisicità che la rende più adatta di altre espressioni artistiche a raccontare l’emergenza che viviamo. L’arrivo dell’altro in mezzo a noi, il suo attraversarci, l’incertezza delle identità creano una grande insicurezza, un’angoscia che, potenzialmente, portano al conflitto. Potenzialmente, però, gettano anche le fondamenta per un salto entusiasmante nei processi di costruzione individuale e collettiva di nuove identità e saperi. Il punto sta nel riuscire a cogliere questo aspetto positivo della differenza.


Giorgia Marino | 2011