Exibart, luglio 2008
Teatro a Corte

Intervista a Beppe Navello

Un concerto per macchine sceniche e architetture, un’installazione commestibile lunga 50 metri, danza informale e spettacoli itineranti. A Torino e nelle residenze sabaude del Piemonte si è aperta la prima edizione di Teatro a Corte. Ne parliamo con il direttore artistico Beppe Navello...

Teatro a Corte è una rassegna di arti performative che si svolgerà per tutto luglio a Torino e nelle residenze sabaude del Piemonte. Nasce come evoluzione del Festival Teatro Europeoche lei ha diretto per sette anni...

Nel giugno 2007 si è svolta la VII edizione di Teatro Europeo e qualche settimana dopo ci è arrivata la notizia del finanziamento da parte del Ministero per il progetto Teatro a Corte. In settembre abbiamo così presentato la prima edizione del nuovo festival, in realtà una sorta di anteprima che ha avuto il suo momento culminante nell’inaugurazione del complesso della Venaria Reale, e da quest’anno abbiamo unificato le due manifestazioni.

Quali sono dunque le linee guida del progetto?

L’evoluzione rispetto alla formula di Teatro Europeo consiste innanzitutto nella ricerca di un dialogo con i diversi spazi delle residenze sabaude. Gli spettacoli, le installazioni, le performance hanno in molti casi non solo delle dimensioni, ma anche un respiro e una progettazione, imponenti. Verrebbe da dire barocche. La grandiosità diventa condizione per la fruibilità di lavori che risulterebbero altrimenti dispersivi.

Qual è invece l’eredità lasciata da sette anni di Teatro Europeo?

Senza dubbio la ricerca della contaminazione dei linguaggi. Con Teatro Europeo siamo sempre andati a cercare il teatro là dove si incrociano le forme e i linguaggi delle varie arti, dove si è ai confini tra i generi, dove artisti di provenienza e formazione diverse (arti plastiche, spettacolo, video, danza...) riescono a lavorare insieme. Del resto questa è una tendenza sempre più diffusa nel mondo del teatro, tanto che ormai suonano un po’ artificiose le nette separazioni tra generi.

Il cartellone è molto vasto: 35 lavori per oltre 70 repliche complessive, con compagnie provenienti da 10 paesi. È possibile individuare dei filoni a cui ricondurre i tantissimi artisti presenti al festival?

C’è innanzitutto il filo rosso del legame fra spettacoli e luoghi. Ad esempio al castello di Rivoli i francesi Décor Sonore allestiscono una tappa del loro progetto Instrument/Monument, creando una vera e propria partitura musicale basata sull’ascolto del luogo: il suono delle pietre, le vibrazioni dell’architettura, le sue qualità scenografiche creano una rappresentazione unica e irripetibile. A Pollenzo, sede della prima Università del Gusto e culla di Slow Food, l’artista francese Dorothée Selz sta preparando un’installazione lunga 52 metri (lunghezza dei portici del castello): una scultura commestibile – secondo i dettami della Eat Art – realizzata con i prodotti del luogo e con l’aiuto della scuola Alberghiera di Bra.

Ci sono poi molti lavori di danza e teatro-danza...

Sì, danza intesa come teatro corporeo e visivo, o per usare la definizione di uno dei nostri ospiti, come “danza estrema”, cioè studio della gestualità e dell’espressività fisica in rapporto con l’ambiente esterno. È una forma di evoluzione del genere, tra danza e performance, sempre più praticata dagli artisti europei. Ed è quello che fa il coreografo Josef Nadj che apre il festival con la sua ultima creazione, Entracte, un lavoro ispirato all’Yi King cinese.

Uno dei vostri cavalli di battaglia rimane il teatro di strada. Se da una parte appare ancora legato ad una tradizione folklorica, è anche una forma spettacolare che ha saputo accogliere le sperimentazioni di certe avanguardie. Oggi in che direzione va quest’arte?

Sicuramente è un genere che soffre della progressiva diminuzione dei finanziamenti pubblici, e oggi può esistere solo nei festival o grazie a particolari iniziative comunitarie da parte di città, quartieri, paesi. Ma a parte questo aspetto, si tratta di un genere che è cresciuto negli ultimi anni, accogliendo proposte di ricerca e di innovazione, anche tecnologica, nell’uso dei video, delle luci, di particolari apparecchi illuminotecnici... C’è una sorta di travaso reciproco fra arte di strada e teatro “di sala”. Certo, l’esperienza del teatro di strada è molto importante per rinnovare il rapporto con il pubblico e le modalità di fruizione attraverso la rottura della prospettiva canonica e la ricerca di uno sguardo alternativo.

È quasi una novità, invece, la presenza del teatro di prosa...

In realtà abbiamo sempre presentato nel cartellone del Festival alcuni lavori più classici, solo che rispetto alla vastità della produzione di altro tipo passavano in secondo piano. Quest’anno gli spettacoli di prosa sono legati in modo particolare alle tematiche del luogo in cui vengono rappresentati: a Santena, nel Castello di Cavour, vanno in scena due lavori sul grande statista e sulla questione dell’unità nazionale; a Pollenzo, Giuseppe Battiston porta in scena una pièce su Orson Welles e il suo rapporto con il cibo; a Moncalieri debutta il nuovo allestimento di Egumteatro con Michele Di Mauro.

Le vorrei porre una domanda più generale. Il problema dei festival teatrali in Italia è che sono frequentati quasi esclusivamente da addetti ai lavori. Come rimediare?

Credo che la soluzione sia proprio l’alternanza e l’eterogeneità delle proposte. Per lo spettacolo di apertura di Teatro a Corte - una grandiosa performance con macchine sceniche allestita dagli olandesi Close-Act nella Piazzetta Reale di Torino - c’erano fra le 2mila e le 3mila persone: non erano di sicuro tutti addetti ai lavori... E al di là degli spettacoli di piazza, anche per i lavori realizzati in spazi diversi, il nostro pubblico è cresciuto negli anni e conta oggi su una larga fascia di giovani.

Un’ultima considerazione: fra le linee programmatiche di Teatro a Corte c’è il dialogo con i luoghi, la valorizzazione del territorio in vista di dichiarate esigenze turistiche. Non si corre il rischio di piegare l’autenticità delle linee artistiche alle necessità di un teatro “turistico”?

Credo che non sia un rischio reale. E comunque dipende dalle scelte che si fanno. Nel nostro caso, in un programma che presenta una trentina di prime nazionali, è chiaro che si è di fronte a una scelta coraggiosa. È molto più semplice riproporre i soliti nomi noti e acclamati, magari all’ennesima replica, sapendo che il pubblico accorrerà comunque e che verrà premiata la redditività dell’impresa. Presentare invece trenta prime nazionali, con artisti magari conosciuti tra gli appassionati ma non presso il grande pubblico, è ovviamente un azzardo per il botteghino, ma di sicuro non significa fare un teatro “turistico”. Detto questo, sono convinto che coniugare le arti performative con il sistema turistico sia importante e costituisca una delle strade per allargare la platea teatrale. Non si tratta di solleticare o gratificare il pubblico con cose “facili”, insomma, non vedrete certo gli sbandieratori in costume... Con Teatro a Corte tentiamo di mettere insieme la fruizione di grandi opere dell’architettura – che è comunque sempre fruizione alta - con l’innovazione europea nel campo teatrale. La filosofia è un po’ quella seguita per il recupero del castello di Rivoli: un intervento di creatività contemporanea ha trasformato un castello barocco, abbandonato al degrado, in uno dei più affascinanti musei di arte contemporanea del mondo. La strada è allora quella segnata dalla convivenza e dalla sinergia fra modernità e memoria.
Giorgia Marino | 2011