lastampa.it - greenews.info, 16 luglio 2013
Ecoturista per professione

Intervista a Marco Moretti

Mantenere il filo del discorso quando si intervista qualcuno che ha viaggiato quasi in ogni angolo del pianeta è un’impresa ardua. La tentazione di perdersi in mille rivoli di aneddoti e curiosità - tra Groenlandia, Indonesia, Himalaya e Tasmania – è forte con Marco Moretti, reporter di viaggi e giornalista ambientale, fotografo e autore di guide turistiche, che, dopo aver trascorso gli ultimi venticinque anni girando il mondo, ha fondato il sito ecoturismoreport.it .
Ma cosa significa oggi essere un “ecoturista”?

Moretti, lei è un viaggiatore professionista da molto tempo, quando si è imbattuto per la prima volta nel concetto di “ecoturismo”?

Lo ricordo bene, è stato in Tasmania agli inizi degli anni ’90. Durante quel viaggio ho conosciuto Bob Brown, leader della Wilderness Society dell’isola. Eravamo agli albori di questo settore e lui aveva individuato l’ecoturismo come una possibilità economica – in un’economia depressa come quella della Tasmania – alternativa al taglio delle foreste vergini. Ospitare turisti interessati alla natura e alla fauna era un’ottima soluzione per impedire la devastazione delle foreste, fino ad allora necessaria per dare lavoro alle popolazioni del luogo. Secondo Brown l’ecoturista “è colui che immerge i sensi nella natura, libero dalle distrazioni della tecnologia moderna, per scoprire un nuovo tipo di ego, migliore di quello che esiste nel mondo di tutti i giorni”. Non è solo una questione di attività che si possono praticare – birdwatching, whalewatching, trekking, cicloturismo – ma è una filosofia che implica il superamento del concetto di turismo come consumo (del territorio, delle risorse), un viaggio esperienziale in cui il soggetto si confronta con la natura e cerca di esprimere il meglio di se stesso senza danneggiarla.

Il turismo ecologico e naturalistico è diventato oggi di moda. Come lei stesso ha scritto, è da 15 anni il segmento in maggior crescita nell’industria del viaggio. Tutta questa popolarità implica un rovescio della medaglia…

Sì, è di moda, un po’ come tutti i temi ambientali oggi: c’è una grande onda verde, ma, purtroppo, spesso è solo patina. Bisogna partire dal presupposto che la Grande Barriera Corallina, i parchi nazionali americani, insomma tutti gli ambienti protetti, non lo sono semplicemente perché belli, ma perché sono fragili. Fino a vent’anni fa l’ecoturismo era un fattore marginale, ma oggi ci sono centinaia di milioni di persone che lo praticano. Qualche dato: ogni anno ci sono 350 milioni di visitatori nei parchi americani, 110 milioni di escursionisti sulle Alpi, 60 navi da crociera rompighiaccio all’Antartide. Sono dati in aumento costante soprattutto in Nord America e Nord Europa, che sono da un lato i luoghi che hanno sempre fatto tendenza rispetto al turismo e dall’altro i grandi serbatoti di turisti globali. Questo aumento è preoccupante: non è pensabile che decine di milioni di persone vadano ad avvistare le balene, o che si arrivi a 150 milioni di escursionisti sulle Alpi. Lungo il percorso per il campo base dell’Everest si arriva, durante l’alta stagione, a 10mila escursionisti al mese. Certo, rispetto alla popolazione mondiale, quei 50-60 mila scalatori che vanno sull’Everest ogni anno sono una percentuale minima, ma sono comunque troppi per un ecosistema così delicato. Il discorso potrà suonare un po’ elitario, ma l’accessibilità sta diventando in certi casi un grosso problema.

La diffusione dell’ecoturismo ha però i suoi vantaggi…

Certo, perché toglie spazio al turismo di massa e in questo senso è assolutamente positivo. È il caso del cicloturismo, la cui popolarità crea una massa critica che impone a enti locali e amministrazioni statali di costruire reti ciclabili sempre più diffuse. Come l’Avenue Verte, la ciclabile inaugurata l’anno scorso che collega Parigi e Londra. Tutto il nord della Francia si è attrezzato, per non parlare della Germania e del nord Europa in generale. E anche da noi si sta parlando della realizzazione di VenTo, la rete ciclabile da Venezia a Torino, e di una ciclabile adriatica. Insomma, si sta sviluppando una rete alternativa di mobilità in grado di sottrarre spazio alle automobili proprio grazie al crescente interesse turistico per la bicicletta.

Come è nata l’idea di Ecoturismoreport.it?

Nella mia vita ho fatto due tipi di attività giornalistica. Da una parte ho viaggiato scrivendo reportage per riviste turistiche e quotidiani, come La Stampa o il Corriere. Dall’altra mi sono sempre occupato di ambiente. Nell’88 ho pubblicato il primo reportage in Italia sulla distruzione della foresta Amazzonica: sono arrivato tre anni prima di Sting! Poi, facendo reportage, ho visitato la maggior parte delle grandi attrazioni naturali del pianeta, dall’Antartide alla Baia di Hudson in Canada, dal Sahara percorso in lungo e in largo a tutte le zone dell’Africa e dell’America Latina, fino all’Himalaya. In un momento di grande crisi dell’editoria, due anni fa, ho deciso di mettere insieme questi due aspetti della mia professione e trarre una sorta di bilancio. Del resto stiamo attraversando un momento di grande sensibilità ambientale che va sollecitato. E poi, a quasi 60 anni e dopo 25 anni di attività giornalistica, mi interessava anche avere uno spazio dove poter scrivere quello che penso.

Lei ha visitato praticamente tutto il mondo. Ci sono luoghi dove è più facile viaggiare in modo sostenibile e altri dove – per problemi di infrastrutture, trasporti, ecc. – diventa oggettivamente difficile?

Secondo me non è mai un problema di luoghi, ma di persone: la sostenibilità del viaggio deriva dal viaggiatore. Ci sono alcune regole d’oro da osservare. Innanzitutto bisogna usare mezzi di trasporto locali e non affittare automobili. Poi è bene dormire nelle strutture che sono a disposizione, senza pretendere maggiori comfort; meglio se in strutture piccole (b&b o guest house), che incentivano il rapporto diretto, sia economico che culturale, con i popoli visitati. Se ad esempio si va a fare trekking in montagna, è meglio dormire nei rifugi e non pretendere resort di lusso. Più si è esigenti in termini di comfort, più si sollecitano la cementificazione, il consumo di energia per scaldare l’acqua, l’importazione di tecnologie con tutto quello che ne consegue in termini di impatto ambientale. Anche il cibo che si sceglie è fondamentale: bisogna mangiare quello locale. Se si è dall’altra parte del mondo e si pretende di mangiare italiano, già si crea un impatto sull’ambiente dal momento che il cibo deve essere importato. E poi che senso avrebbe? La cucina è la prima espressione culturale di un popolo, rifiutarla ci fa già partire svantaggiati nella conoscenza della sua cultura.

Adattarsi è la parola d’ordine, insomma…

Sì, e anche essere flessibili nelle proprie abitudini: per quanto buone e virtuose siano, essere pronti a modificarle all’occorrenza. Io ad esempio sono vegetariano da trent’anni, ma quando sono stato in Groenlandia mi sono dovuto adeguare all’alimentazione locale, che è basata quasi esclusivamente sul pesce. Lì infatti non si può coltivare nulla, c’è un brevissimo periodo dell’anno in cui crescono delle rape succose come mele, che si mangiano crude a morsi, e poi si fanno insalate di mirtilli e fiori: non c’è altro di vegetale nella loro dieta. Per un vegetariano o un vegano inflessibile sarebbe impossibile sopravvivere. Certo, lo sappiamo tutti che l’impronta ecologica di un vegetariano è minore di quella di una persona che mangia carne e pesce, ma bisogna imparare a guardare le situazioni da prospettive diverse. Il fanatismo, in qualunque campo, non paga mai.

Qual è stato il suo viaggio più “ecologico”?

Non sono mai riuscito a rispondere alla domanda “il viaggio più ecologico” o “il più bello”. Il viaggio in Tasmania negli anni ‘90 è stato ad esempio molto importante, perché mi ha portato a considerare il rapporto fra turismo e ambiente. Ho fatto molti viaggi a fortissimo contatto con la natura, ma purtroppo alcune delle più grandi bellezze naturali le ho viste in condizioni inquinanti, come durante i safari in Africa. Il primo foto-safari a cui ho partecipato è stato in Kenya nel ’90: le jeep entravano nei cespugli per stanare i leoni! Insomma, il mio primo leone l’ho visto nel modo meno ecologico immaginabile… Fortunatamente oggi c’è una sensibilità più diffusa.

In Tasmania, dicevamo, l’ecoturismo divenne una soluzione per evitare il taglio delle foreste. Ci sono altri casi in cui forme di ecoturismo o turismo naturalistico possono aiutare a salvaguardare l’ambiente?

Sì, certamente. Un altro esempio sono le Game Farm in alcuni stati africani. Si tratta di fattorie in cui si affiancano le normali attività di allevamento alla cura di animali selvatici feriti, che poi vengono reintrodotti nei loro habitat. Queste strutture hanno trovato un metodo efficace per autofinanziarsi proprio grazie ai turisti che ospitano. O ancora, il whalewatching. Pochi lo sanno, ma l’avvistamento delle balene si può praticare anche da noi, nel Mar Ligure, e il ricavato serve a finanziare la ricerca sui cetacei. Al whalewatching è anche dedicata una sezione specifica del nostro sito.

Ma ecologia e turismo, in definitiva, sono davvero conciliabili?

Be’, si dice che il miglior modo per fare ecoturismo sia starsene a casa propria… È indubbio che ogni spostamento abbia un impatto sull’ambiente. Io stesso mi rendo conto che, anche se sono vegetariano, sto attento a ridurre i miei consumi e quando sono in città mi sposto solo in bici, ogni volta che prendo un volo intercontinentale mi porto in un attimo al livello di quelli che girano con il SUV e usano l’aria condizionata tutto il giorno. Il punto è che, se di viaggiare non si può fare a meno – per lavoro o perché, come me, si ha la “malattia” – bisogna però fare di tutto per compensare, quando si è sul posto, con altri comportamenti virtuosi.

Giorgia Marino | 2011