Exibart, novembre 2009
Teatro, vita, malattia

Intervista ad Antonio Latella

A poco più di quarant’anni, Antonio Latella è uno dei registi più noti della scena teatrale italiana.
Viaggiatore di letterature e drammaturgie, ha attraversato nell’ultimo decennio il teatro di Jean Genet e Pier Paolo Pasolini, ha riportato sulle scene lo straziante "Edoardo II" di Christopher Marlowe e il glaciale "Le lacrime amare di Petra von Kant" di Rainer Werner Fassbinder, ha raccolto allori con la "Cena delle ceneri" di Giordano Bruno e con un memorabile "Studio su Medea", oltre ad aver percorso in lungo e in largo l’amato Shakespeare, concludendo il viaggio, nell’estate 2008, con un Amleto “antologico” in 11 quadri presentato al Festival delle Colline Torinesi.
Ormai da qualche anno trapiantato a Berlino, Latella torna nella sua città, Napoli, con un progetto di direzione della prossima stagione del Nuovo Teatro Nuovo e con due attesi debutti: "Don Chisciotte" da Cervantes e "(H)L_Dopa", tratto dal saggio "Risvegli" di Oliver Sacks, in scena tra dicembre e gennaio al Nuovo Teatro Nuovo. I lavori sono parte di un percorso di ricerca sul tema della malattia, cominciato con "Le metamorfosi e altri racconti" da Franz Kafka e "Selvaggiamente le parole lussureggiano nella mia testa", tratto da un testo dell’austriaco Josef Winkler.
Di teatro, vita e malattia abbiamo parlato con il regista napoletano...

Dopo Pasolini, Shakespeare, l’amore-ossessione secondo Marlowe e Fassbinder, nel suo nuovo percorso di lavoro affronta il binomio malattia/letteratura. Ha scritto: “Il teatro è il luogo dove non si ha paura di esporre la propria malattia”. Cosa la spinge in questa direzione?

La malattia che si fa letteratura, la letteratura che si fa malattia... affrontare questo tema per me è stato necessario, direi quasi naturale, avendo in passato lavorato anche come infermiere. Credo che tentare di teatralizzare la malattia possa essere estremamente frainteso, proprio per evitare questo fraintendimento ho sentito il bisogno di farlo attraverso un viaggio letterario, solo così è stato possibile dare al lavoro una valenza fortemente metaforica, quasi d´astrazione; lontano dagli psicologismi di un finto realismo. Credo che ad oggi tentare di teatralizzare anche un solo minuto del dolore causato da una malattia sia impossibile e scorretto, forse l’unica possibilità è quella di esorcizzare il dolore tentando di compiere un gesto poetico, che ci faccia riflettere sul dolore stesso e sull´assenza della salute. Ci sono uomini ammalati che non sanno d´esserlo. Lo notiamo noi “sani?“, forse questi uomini vivono una vita privilegiata, e questo privilegio sta nell´inconsapevolezza stessa, ma credo che ai loro occhi anche noi sani siamo inconsapevoli di essere ammalati... il privilegio è uno stato che si conquista giorno per giorno. Forse nel dolore e nella malattia l´uomo è portato a ridare alla vita e al fatto di esserci il più grande privilegio, l´unico.

Kafka, Winkler, Sacks e Cervantes. Perché ha scelto questi quattro autori come tappe d’attraversamento del tema della malattia?

Kafka perché per l´ossessione di fare letteratura si è ammalato di letteratura. Winkler perché per esorcizzare un grande dolore ha trovato la forza di guarire attraverso la letteratura. Sacks perché attraverso l´urgenza di testimoniare la malattia dei suoi pazienti, ha fatto della malattia stessa letteratura. Cervantes perché attraverso il suo grande anti-eroe racconta della malattia del leggere e del vivere solo attraverso la letteratura. Tutti autori che si confrontano con la più grande malattia dell´uomo moderno: il mal di vivere.

In "Selvaggiamente le parole lussureggiano nella mia testa" da Winkler e in "Le metamorfosi e altri racconti" da Kafka, che hanno debuttato rispettivamente a Vienna e Colonia, il tema della malattia è declinato come rottura del legame parola-cosa, frattura fra linguaggio e realtà…

La parola è il perno di tutto. La parola che piega il corpo al suo volere. La parola che è volontà assoluta. Alla parola viene ridata la totale forza creativa, di inventare luoghi e oggetti che esistono per il fatto stesso di essere detti. Nello spettacolo su Kafka gli attori sono costretti ad agire in uno spazio ridotto al proscenio, che con la calata del tagliafuoco annulla il palco e quindi la possibilità di teatralizzare. Gli oggetti, i pensieri sono parole incise su innumerevoli lavagne, ogni parola è una cicatrice. Il corpo degli interpreti è schiacciato dalla mostruosa alienazione della vita quotidiana. Gli attori sono come condannati davanti alla scelta di un ultimo desiderio. Tutto assume una forza bidimensionale, come se fossimo davanti alla pellicola di un film in bianco e nero, che fa del silenzio la perfezione. In Winkler i corpi degli attori sono schiacciati dalla prepotenza della parola, su dei pallet da mercato, i corpi torturati dal suono predominante di tasti da macchina da scrivere che incidono parole, vomitano le parole stesse in un trittico pittorico, tutto è metafora. Anche qui il proscenio è il solo luogo d´azione, il palco vuoto di teatro è occupato da una donna che compie un rito quotidiano, un gesto di vita che si oppone all´intellettualizzazione della vita stessa.

In "Don Chisciotte" e "(H)L_Dopa" tratto da "Risvegli" di Oliver Sacks la malattia coincide con la perdita della realtà. A differenza dell’incubo in cui precipita Gregor Samsa, il sogno a occhi aperti di Don Chisciotte e lo stato letargico dei pazienti di Sacks sembrano offrire un’alternativa più allettante rispetto al quotidiano. È il risveglio a costituire il vero trauma. È l’altra faccia della medaglia? Un lato positivo della malattia?

Cosa è vero e cosa non lo è? Con questa domanda ogni risveglio può essere una condanna. Se non ci riconosciamo in ciò che vediamo, in ciò che sentiamo, in ciò che ci insegnano, il risveglio da un sonno “malato” può essere un vero incubo, una terribile condanna a morte per l´ammalato.

Dopo "Don Chisciotte" di Franco Branciaroli della scorsa stagione, trasformato in un omaggio all’arte d’attore, il suo avrà per protagonisti due attori-non attori prestati al teatro quasi per gioco…

Omaggiando i due più grandi attori del nostro novecento, Branciaroli crea un artificio sintetico ma di massima teatralizzazione. Egli stesso fa del suo corpo una macchina teatrale e totalizzante, diventando il TUTTO, mette il suo grande e indiscusso talento al servizio della letteratura, restando comunque e sempre nel riconoscibile della grammatica teatrale. Il mio tentativo è di usare la grammatica per poterla rompere, destrutturarla, usando degli attori che hanno scelto di non esserlo più da molto tempo, che tornano al teatro per testimoniare il loro bisogno di vivere una normalità di vita e non una finzione di vita, regalando al luogo della finzione schegge di vita reale e personale. Davanti a loro lo spettatore farà fatica a capire il limite tra la finzione e la realtà, egli stesso diventa Don Chisciotte e avrà la possibilità di scegliere di perdersi oppure no, la possibilità di fare del suo esserci letteratura.

(H)L_Dopa nasce dopo l’esperienza all’Ecole des Maitres del 2006 ed è il risultato di un laboratorio svoltosi in vari paesi europei (2008/09). Come ha lavorato con i 14 attori, di cinque nazioni diverse, che compongono il cast?

(H)L_Dopa è un regalo che con gli attori abbiamo sentito il bisogno di farci, uscendo dai bisogni del teatro commerciale, lontano dalla malattia delle logica di mercato. Regalarsi il tempo della ricerca per permettere alla materia di essere pronta ad essere plasmata. Il lavoro si è svolto in diverse tappe durante un anno e più. Solo così la materia assume un ruolo dominante e attivo nell’atto della formalizzazione finale. Tutto diventa drammaturgia necessaria al racconto, una parola, un gesto, un suono, una luce, un colore; quasi come se fossimo davanti ad una storia raccontata su tavole pittoriche. Ogni cosa è un colore, un atto pittorico. Durante questo lungo viaggio gli attori stessi sono diventati pittori, o meglio autori. Il mio compito è stato quello di ascoltarli, di stimolarli e, soprattutto, il compito più difficile, quello di imparare a non dire no, anche davanti a forme di espressione lontane da un mio gusto intimo ed estetico. Ma credo che proprio nell´accettazione della diversità si compia una reale crescita umana ed artistica.

Da qualche anno risiede a Berlino, ma adesso sta per tornare a Napoli come direttore del Nuovo Teatro Nuovo. Che progetti ha per il suo “nuovo” incarico?

Una sola convinzione: IL LAVORO. Per il mio essere concreto, credo nella forza del fare e quindi nella grande possibilità dell´agire, che il lavoro ci dà. Nell´atto del fare c´è la sorpresa, la scoperta, la fatica, la gioia, il successo e l´errore, in quest’ultimo si annida la mia seconda convinzione. Credo che sia fondamentale, anche se il mercato non lo prevede, dare agli artisti la possibilità di confrontarsi e crescere davanti ai propri errori, non averne paura, ma, anzi, accettarne la sconfitta per una reale crescita. Cosa che per un Direttore di teatro è assai difficile da accettare viste le pressioni imposte dalla sopravvivenza a cui il governo italiano ci costringe con la sua elemosina. Come direttore spero di essere sempre coerente con la mia etica come lo sono sempre stato come regista. Un sogno è creare una reale casa della cultura, con le radici nel fuoco di quel teatro nato su terra lavica. Un teatro che, grazie a Igina Di Napoli e a Angelo Montella, ha fatto del teatro un’arma pronta a sparare cultura ad ogni costo. Pur di resistere.

Recentemente ha dichiarato al Mattino che “fare teatro ha ormai senso solo se gli si attribuisce un valore civile e politico”. Che cosa intende?

1. Essere comunque e sempre coerenti con la propria etica e le proprie idee.
2. Non avere paura della paura di quelli che ci fanno paura.
3. Saper rinunciare alla fascinazione del potere fine a se stesso.
4. Far capire al pubblico che come il pane e l´acqua il teatro e la cultura in genere, sono necessari a nutrire il proprio corpo e la propria anima.
5. Ricordarsi che anche negli splendidi velluti rossi si annidano gli acari, i parassiti.
6. Vivere il teatro come un atto dovuto alla vita.
7. Dare forza alla povertà trasformandola in creatività.
8. Non dimenticare mai che la cultura è la più grande bandiera civile per parlare a tutti.
9. Non arrendersi ma sperare comunque e sempre.
10. Vivere il teatro come un gesto d´amore assoluto senza aspettarsi nulla in cambio.
Giorgia Marino | 2011