Teatro/Pubblico, febbraio 2007
Eduardo al nero

Intervista a Luca De Filippo

Dopo l’allestimento di Napoli milionaria!, Luca De Filippo e Francesco Rosi proseguono il percorso nella drammaturgia di Eduardo affrontando la sua commedia più cupa, quelle Voci di dentro in cui, fra misfatti sognati e accuse ritrattate, si arriva a “mettere un delitto nel bilancio di famiglia”.

Quando ha visto per la prima volta in scena Le voci di dentro?

In realtà non l’ho mai vista, l’ho fatta. Prima di avere l’occasione di vedere la commedia da spettatore, ho infatti partecipato come interprete alla messinscena del 1978, che fu ripresa dalla Rai per la famosa versione televisiva.

Che ricordo ha di quell’allestimento?

Fu per me un grande salto di qualità come attore. Interpretavo Carlo, il fratello minore, infido, del protagonista Alberto Saporito: una parte impegnativa, forse la prima davvero importante che mi veniva affidata.

L’anno prima era però stato Tommasino in Natale in casa Cupiello, anche quella una parte di rilievo…

Certo, ma quella era una parte prevalentemente comica, si lavorava con armi diverse… Il personaggio di Carlo Saporito è decisamente più sfaccettato, ricco di sfumature, di chiaroscuri e ha una zona nera piuttosto interessante da analizzare.

Oggi lei interpreta invece il protagonista, il fratello maggiore Alberto…

Infatti… il tempo passa!

Come ha affrontato questo personaggio?

Più che sul singolo personaggio, quando lavoro mi concentro sui significati della commedia. Mi piace mettere il mio lavoro di interprete a servizio di un disegno di insieme dello spettacolo, di cui il protagonista non è che una parte.

Lei ha già messo in scena, come regista, diverse commedie di suo padre. Perché allora la scelta, prima per Napoli milionaria! e ora per Le voci di dentro, di affidare la regia a Francesco Rosi?

La collaborazione è iniziata con Napoli milionaria!, una commedia che parla di un periodo fondamentale della storia italiana, l’immediato Dopoguerra, un momento durissimo, di disperazione, di distruzione… Non avendo vissuto in prima persona quegli anni, non mi ritenevo in grado di mettere in scena quel testo. Per fortuna ho incontrato Francesco Rosi, che invece quei momenti li ha vissuti, e poi, essendo napoletano, conosce bene la cultura e il mondo a cui fa riferimento la commedia. La sua esperienza cinematografica, di grandissimo valore morale, mi dava inoltre la sicurezza che avrebbe trasmesso allo spettacolo tutte queste qualità. Abbiamo poi deciso di proseguire in questo percorso di approfondimento della drammaturgia di Eduardo. Se Napoli milionaria!, scritta nel’45, è ancora una commedia di speranza per il futuro, con Le voci di dentro, scritta nel 1948, a soli tre anni di distanza, Eduardo capovolge completamente la sua visione. Era interessante andare a inserirsi proprio nel momento in cui Eduardo passa da un testo in cui è vivo il desiderio di rinascita di un popolo, ad un discorso estremamente critico e pessimista sulla famiglia e sulla società italiana. Volevamo confrontare due sguardi quasi opposti sulla vita, che si traducono anche in stili diversi. Le voci di dentro, a differenza delle altre commedie, rivela infatti una scrittura più asciutta: battute più brevi, uno stile sintetico ed essenziale, lapidario.

Anna Barsotti, commentando il testo, cita Adorno: “Non sono i mostri a darci il trauma, ma la loro ovvietà”. È in fondo ciò che afferma Alberto Saporito, accusando i vicini di essere arrivati “a mettere il delitto nel bilancio di famiglia”. Questo è il messaggio più duro della commedia…

Con Le voci di dentro Eduardo denunciava l’abitudine alla crudeltà, l’assuefazione alla cattiveria, il rischio che si arrivi a ritenere normale la brutalità. E lo scrisse nel ’48, in un periodo storico molto particolare, in cui si era occupati a rimettersi in piedi dopo i disastri della guerra e forse non ci si rendeva neanche conto di un pericolo del genere. Probabilmente ha precorso i tempi…

Il messaggio è forse più attuale oggi di quanto non lo fosse allora?

La sua attualità è purtroppo sotto gli occhi di tutti: è un messaggio talmente chiaro, rilevato ogni sera dagli spettatori che vengono a vedere lo spettacolo. Le voci di dentro non è una commedia criptica, anzi è molto aperta e il livello di angoscia che si raggiunge tocca realmente gli spettatori, si avverte in sala.

Che rapporto ha con il suo pubblico?

È la mia controparte, è il mio riferimento costante quando lavoro.

E con quello di Torino?

A Torino vengo molto spesso… In realtà io sono per metà piemontese: mia mamma era di Alba e i miei nonni abitavano a Torino. Per me, dunque, non si tratta di una semplice tappa di una tournèe: ho un rapporto un po’ particolare con questa città.

Abbiamo parlato della versione televisiva della commedia. Il corpus televisivo del teatro di Eduardo è un’opera unica e preziosissima, ma a volte non rischia di “ipotecare” la fruizione teatrale delle sue opere? Chiunque decida di mettere in scena una sua commedia, in fondo, deve fare i conti con lo spauracchio del confronto…

Certo, ma la serata teatrale è un’altra cosa. È vero, ci può essere un momento di “preconcetto” da parte dello spettatore che va a vedere lo spettacolo e, avendo in mente le commedie televisive, si aspetta determinate cose, ma se lo spettacolo è buono, allora scatta il coinvolgimento. Naturalmente ci sono i “puristi”, che si lamentano se una battuta non è detta esattamente come se la ricordano, però, davanti ad un allestimento che funziona davvero, tutto passa in secondo piano.
Giorgia Marino | 2011