teatrostabiletorino.it, novembre 2005
Fra Napoli e il Nordest

Intervista a Anna Bonaiuto

Il suo volto si è imposto al pubblico del grande schermo nel ’95, con il pluripremiato L’amore molesto di Mario Martone, ma lei al cinema (fra gli altri ha lavorato con Liliana Cavani, Massimo Troisi, Pupi Avati) dice di preferire il teatro. A Torino con Il lavoro rende liberi, il nuovo spettacolo di Toni Servillo tratto da due testi dello scrittore vicentino Vitaliano Trevisan, Anna Bonaiuto si racconta…

Rosetta, il personaggio che lei interpreta ne Il lavoro rende liberi è di nuovo una figura di madre, come già Rosa Priore in Sabato, domenica e lunedì di Eduardo e come la protagonista di Terremoto con madre e figlia di Fabrizia Ramondino. Nel film L’amore molesto di Mario Martone era invece una figlia, che riviveva nel ricordo il rapporto tormentato con la madre…

E anche ne Le false confidenze di Marivaux interpreto una figlia vessata dalla madre, situazione del resto abbastanza tipica…
Nella pièce di Trevisan è in scena un rapporto madre/figlie piuttosto problematico, direi quasi mostruoso. Però, nonostante il suo fondo reazionario e ottuso, Rosetta ha qualche aspetto positivo di concretezza che manca completamente alle figlie, tutte prese dai loro grilli intellettualistici.

Sente di vestire meglio i panni della madre o della figlia?

Quelli della figlia. Forse perché non sono madre nella vita, anche se questo, per un attore, non vuol dire molto. Comunque se un personaggio è creato da un grande autore diventa riduttiva questa divisione in categorie. Donna Rosa di Eduardo, ad esempio, è un personaggio femminile talmente completo e insieme contraddittorio che sarebbe ingiusto parlarne solo come “madre”. Oppure si può pensare a Hedda Gabler di Ibsen, che ho interpretato per Carlo Cecchi: sebbene non sia inquadrata nel dramma in un ruolo di “figlia”, si potrebbe vedere come un’eterna figlia.

Fondamentale nel lavoro di Trevisan è la dimensione della memoria. Rosetta vive nel ricordo del passato…

…come le sue figlie. Lo spettacolo è costruito su una contrapposizione: nella prima parte ci sono i giovani, che non hanno memoria, neanche quella tramandata dai genitori e sono portati solo verso valori facili come il sesso, il denaro, la vita comoda, senza domande, senza dubbi; nella seconda sono invece protagoniste tre donne che vivono nella memoria. Ma mentre le figlie hanno un rapporto lacerato con il passato, Rosetta no: lei è una “femmina faber”, una donna che non ha mai coltivato sogni e ideali ambiziosi o irraggiungibili, limitandosi a desiderare, e quindi a ottenere, una bella casa e dei soldi. L’unico valore che riconosce è quello del lavoro.

E per lei la memoria che significato ha?

La memoria è ciò che ti permette di continuare a vivere, è la somma delle esperienze, intellettuali ed emotive di una persona. E poi per un attore la memoria è tutto! Non si può mai prescindere da quello che c’è stato, sia durante la propria vita, che nella storia. Bisogna continuamente farci i conti anche in maniera spietata, anche se, a volte, il ricordo genera sensi di colpa: in fondo la vita è una sequela di errori ed è importante farne esperienza…

E la memoria come tradizione?

È fondamentale. Io sento la necessità continua di leggere e vedere cose che ci sono state prima: i classici, ma non solo. Dal confronto ne ricavo l’impressione un po’ desolante che in questi anni ci sia una grande “stitichezza” dal punto di vista artistico, una tendenza alla semplificazione, all’appiattimento di trame, personaggi, significati… Non sarà colpa di nessuno, ma guai se ci dimentichiamo di chi ha scritto prima e meglio di noi!

Lei non è un’attrice dialettale, ma nelle ultime stagioni l’abbiamo vista recitare in napoletano e ora in veneto. Che cosa aggiunge (se aggiunge qualcosa) il dialetto alla lingua del teatro?

Bisogna innanzitutto dire che le vere lingue teatrali italiane sono il napoletano e il veneto, lingue che hanno prodotto due grandissimi autori, non catalogabili semplicemente come “dialettali” ma di portata universale, come Goldoni e Eduardo. Il dialetto è stata forse l’unica lingua in cui si è scritto del grande teatro in Italia. È vero, c’è Pirandello, a cui sicuramente va riconosciuto il merito di aver scardinato molti dei vecchi moduli teatrali, ma è talmente intellettualistico… Le lingue vive nel nostro paese sono sempre state quelle dialettali. È difficile pensare ad Alfieri, per esempio, come ad un autore da mettere in scena. La concretezza, il corpo in teatro si accompagnano quasi sempre all’uso del dialetto.

Lei ha origini friulane e napoletane: il viaggio intrapreso da Toni Servillo attraverso queste due lingue teatrali in un certo senso le appartiene biograficamente …

Sì, infatti. Nella parte del Friuli da cui vengo si parla il veneto. Vivo a Roma, ma appena sento mia madre o le mie sorelle comincio a parlare in dialetto: ci verrebbe da ridere a parlare in italiano fra noi… Mio padre, invece, ha sempre parlato in napoletano e perciò anche il suono della sua lingua mi è rimasto nelle orecchie.

Ha detto una volta che per lei Napoli è “la città del ritorno”. Cosa rappresenta allora il Nord-Est?

Dal Nord-Est sono scappata. Il rapporto con Napoli è più “mitico”, mentre il rapporto con il luogo dove si nasce è conflittuale, soprattutto quando si comincia ad avvertire l’esigenza di fuggirne. Ma è pur sempre la terra che mi ha nutrito: la lingua, i colori, i fiumi, la nebbia… Sono cose che, comunque, rimangono dentro ed è ovvio che abbiano un peso molto forte.

A Napoli invece è tornata per lavoro…

Sì, ci ho vissuto solo da adulta e ci torno spesso.

Lei ha lavorato con artisti fondamentali dell’area teatrale napoletana, come, appunto, Servillo, e poi Carlo Cecchi e Mario Martone. Quale aspetto, di ognuno di loro, è stato particolarmente importante per lei?

Carlo non è napoletano: è un toscano che si è “inventato” la napoletanità. Come attore, però, è nato con Eduardo e ha sempre amato quello che lui chiama “il vero teatro”, quello napoletano. Insomma, un po’ come me: avevamo in comune, nonostante le origini non rigorosamente partenopee, questo grande amore. La collaborazione con Mario è più legata al cinema che al teatro: ho fatto con lui due spettacoli, ma il suo specifico è il cinema. Con Toni, infine, ho ritrovato il piacere, come già accadeva con Carlo, di essere diretta da un attore, da qualcuno dunque che conosce dall’interno i meccanismi psicologici della recitazione e che sa dare il peso giusto al ruolo degli interpreti in uno spettacolo.

Come è nato il sodalizio con Servillo?

Ci siamo conosciuti sul set di alcuni film: abbiamo lavorato insieme nei Vesuviani, in Morte di un matematico napoletano e in Teatro di guerra, entrambi di Martone. In Teatro di guerra recitavamo insieme una scena su un palcoscenico: Toni interpretava un regista e io la prima attrice alle prese con le prove della Bisbetica domata. Allora è scattato qualcosa: ci siamo subito trovati bene, come due vecchi compagni di scacchi o di tennis. Il nostro sodalizio artistico è nato così, sul campo..

Teatro e cinema: cosa vuol dire per un attore dividersi fra questi due mondi?

Ultimamente faccio più teatro che cinema. Il teatro, proprio perché ha sempre avuto meno soldi del cinema, può ancora continuare ad esistere. Due attori sopra un palcoscenico possono essere sufficienti per fare uno spettacolo, mentre con il cinema non è possibile: ci sono troppe implicazioni legate alla distribuzione, ai finanziamenti, si è persa completamente la sua dimensione “artigianale”, quella più legata alle storie, agli attori e a risentirne è, di conseguenza, la qualità. Per me essere attrice al cinema o in teatro è lo stesso, l’unica differenza è che in teatro posso fare Hedda Gabler, mentre al cinema non so a cosa vado incontro... Perciò metto molta cura nello scegliere: faccio magari cose piccole, ma con registi che mi piacciono. Per il resto non cambia nulla: un attore è un attore. È questione di sensibilità che si ha o non si ha.

Ci sarà però una differenza di approccio nell’affrontare un personaggio teatrale e uno cinematografico…

No, per me non è diverso. Si tratta di adeguarsi al luogo. È un po’ quello che succede quando si recita in una sala da 50 posti e poi in una da 500: bisogna adattare i propri mezzi, come la voce, alla situazione in cui ci si trova. Nel passaggio dal teatro al cinema avviene appunto questo. Il processo da cui nasce un personaggio è però simile in entrambi i casi. La differenza sta a monte, fra personaggio e personaggio: in un testo di Cechov un personaggio ha un’infinità di cose da dire, in una sceneggiatura moderna in genere ne ha molte meno, almeno in Italia… Non è facile oggi trovare dei personaggi fuori dall’ordinario, che abbiano dentro un percorso. Il successo dell’Amore molesto è infatti dovuto proprio all’intensità rara della protagonista, che non a caso proveniva dal mondo della letteratura, dal romanzo omonimo di Elena Ferrante.

In teatro, comunque, lei affronta anche testi di autori contemporanei, come Fabrizia Ramondino…

Sì, ma la Ramondino è più che altro una romanziera che qualche volta si cimenta con il teatro. Così come è uno scrittore prestato alla scena anche Vitaliano Trevisan.
Il fatto è che non è facile oggi scrivere per il teatro. Se si usa un linguaggio “quotidiano” si rischia di cadere nei modelli televisivi. Ci vuole allora un linguaggio “creato”, inventato apposta per la scena, come quello di Beckett, Pinter o Bernhard.

A proposito di linguaggi “creati” per la scena, lei può vantare un debutto con Luca Ronconi…

Sì, è stato il mio insegnante all’Accademia d’Arte Drammatica. Appena arrivata a Roma per studiare recitazione fu lui a farmi capire che c’era la possibilità di un “altro” teatro, diverso da quello che potevo aver visto vivendo in provincia: è stato uno “spiazzatore” di molti luoghi comuni che avevo assimilato. Appena diplomata, recitai nella sua Orestea: facevo parte del coro. Quello secondo me è stato uno degli spettacoli più d’Avanguardia che si siano mai visti. Lo sarebbe ancora oggi, così come Infinities, o l’Orlando Furioso. Ecco, Ronconi è uno che mette in scena Il professor Bernhardi e poi fa Infinities: può fare tutto ciò che vuole in teatro.

Ultima domanda di rito: che cosa ha in programma per questa stagione?

Innanzitutto c’è la tournèe de Il lavoro rende liberi, che non sarà molto lunga, date le difficoltà di trovare spazi alternativi alla classica sala teatrale dove allestire uno spettacolo di questo tipo. Poi, sempre con Toni, abbiamo ripreso Le false confidenze di Marivaux. È una gioia per me rifare questo spettacolo ad otto anni dal primo debutto: è davvero un “gioiellino”. Infine, dopo alcune date nel Nord Italia, andiamo a Parigi con Sabato, domenica e lunedì. La forza e il successo inesauribile di questo spettacolo stanno nel fatto che Eduardo – come dovrebbe essere sempre - è qui considerato nella sua grandezza di drammaturgo ed è perciò messo in scena non con il continuo assillo del confronto con il suo modello interpretativo, ma con il rigore, l’attenzione e il rispetto che si devono a un classico.

Giorgia Marino | 2011