Teatro/Pubblico, marzo 2006
Una Mole di progetti

Intervista ad Alberto Barbera

Un restyling degli spazi espositivi, un rinnovamento completo dei contenuti e dei percorsi, il restauro di Cabiria di Giovanni Pastrone: il Museo Nazionale del Cinema si avvia al dopo-Olimpiadi con un rilevante bagaglio di novità e già guarda al futuro. Lo racconta il direttore Alberto Barbera.

Il Museo del Cinema, invece di pensare ad un evento ad hoc per le Olimpiadi, ha preferito cogliere l’occasione per un grande rinnovamento. Perchè questa scelta?

Il programma delle Olimpiadi della cultura era già così ricco e pieno di proposte di altissimo livello: aggiungerne un’altra rischiava di creare un effetto di ridondanza. D’altra parte il Museo aveva bisogno, dopo cinque anni di attività, di una “rinfrescata”. Sin dall’inizio, il progetto originale di François Confino si basava sull’idea di un museo non cristallizzato, non sempre uguale a se stesso, ma capace di essere un work in progress, di rinnovare contenuti e tecnologie. Oggi, considerati i passi da gigante fatti dalla tecnologia, alcune porzioni dell’allestimento risultavano inadeguate rispetto alle possibilità odierne: ci è sembrato dunque giusto approfittare dell’occasione dei giochi olimpici per fare un’operazione che prima o poi sarebbe stata da fare comunque.

Quali dunque le principali novità?

È stato fatto innanzitutto un lavoro di rinnovo dei contenuti: tutti i filmati di montaggio all’interno del percorso espositivo sono stati rifatti partendo da una fonte migliore, quella del dvd e non più delle videocassette; poi sono state sostituite le centinaia di sequenze fino ad oggi utilizzate con altre diverse, così da offrire al pubblico nuovi spunti per un itinerario attraverso lo sterminato serbatoio della storia del cinema.
Per quanto concerne l’allestimento degli spazi, è stata rinnovata completamente la cappella del cinema di animazione e ne sono state aggiunte tre nuove dedicate ai generi: western, musical e fantascienza. La sezione intitolata “La macchina del cinema” si è poi arricchita di due nuovi percorsi: una storia degli effetti speciali, da Meliès fino agli effetti digitali moderni; e un video didattico, realizzato da Davide Ferrario, sugli elementi fondamentali del linguaggio cinematografico (le riprese, il sonoro, il montaggio, gli effetti speciali), una sorta di “bignami” su come si fa un film. L’ultimo punto riguarda la comunicazione rivolta al visitatore. La bellezza e il fascino del Museo sta sicuramente nella sua dimensione labirintica e onirica, in cui è bello perdersi sotto l’azione di stimoli di ogni tipo: ma il rischio è di perdersi un po’ troppo... Abbiamo così deciso di costruire un percorso informativo, progettato da Peppino Ortoleva e Giorgio De Silva, costituito da 60 paline bilingue e touch-screen integrati che consentono approfondimenti con video, schede sui film, sui registi... Chi vuole, insomma, può essere “preso per mano” e accompagnato attraverso quello che si configura come un vero e proprio corso accelerato di storia del cinema.

Il lascito delle Olimpiadi è quindi, per il Museo, molto consistente...

Sì, e non si ferma qui. Abbiamo portato avanti anche altri progetti, primo fra tutti il restauro di Cabiria, che, presentato a conclusione delle Olimpiadi della cultura, è parte di un disegno più ampio, a cui il Museo sta lavorando da tempo e che ci impegnerà anche per i prossimi anni: la ricostruzione filologica dell’avventura del cinema muto torinese, attraverso film, documenti, fotografie, archivi... Il classico di Pastrone è certamente il film più importante di tutto il cinema muto italiano, ha influenzato la cinematografia americana e non solo, ha introdotto una serie di fondamentali innovazioni linguistiche, tecniche e produttive. Eppure di questo film “mitico” non esisteva fino ad oggi un restauro filologico corretto. Il Museo del Cinema ha di recente acquisito alcuni documenti inediti sulla lavorazione del film e perciò si è deciso di procedere ad una duplice operazione: la ricostruzione della versione perduta del 1914 e il restauro di quella sonorizzata del ’31. Riavremo così le due versioni “ufficiali” volute da Pastrone, restaurate con tecniche che fino a qualche anno fa sarebbero state impensabili.

Il Teatro Stabile ha seguito una linea diversa rispetto a quella del Museo del Cinema, dando vita ad un ciclo di cinque spettacoli ideati appositamente per l’evento. Cosa pensa del progetto Domani?

Se ne è parlato moltissimo e ci sono state tante, troppe polemiche legate ai costi, polemiche che, personalmente, ritengo sterili e ingiustificate. Si tratta di grandi eventi che, per il loro carattere di eccezionalità e per la rilevanza internazionale a cui sono destinati, rispondono a logiche che esulano dalla normale amministrazione. Mobilitano risorse straordinarie, è vero, ma non è detto che queste stesse risorse sarebbero state altrimenti disponibili per pagare i normali spettacoli di cartellone. E poi, chi non ricorda la grande avventura ronconiana degli Ultimi giorni dell’umanità? Fu un’operazione epocale, che è entrata nella storia del teatro. Costò una cifra imponente, ma per fortuna ci fu qualcuno che ebbe il coraggio di non tirarsi indietro... Credo che anche il progetto Domani abbia le stesse caratteristiche. D’altra parte, non ci saranno molte altre occasioni di avere un’Olimpiade a Torino...

Parliamo del futuro: uno sguardo al dopo-Olimpiadi… Il Museo del Cinema è oggi il più visitato di Torino: la cassa di risonanza dei giochi olimpici contribuirà a diffonderne la fama anche all’estero?

Sicuramente sì. L’affluenza nei giorni delle Olimpiadi è stata altissima: solo nel primo fine settimana abbiamo avuto 5mila visitatori, la maggior parte stranieri. Una volta tornati a casa, i turisti diventeranno ambasciatori di ciò che hanno visto e si spera che questo inneschi un meccanismo virtuoso di curiosità e di attenzione non solo verso il Museo, ma nei confronti di tutte le bellezze di Torino, fino ad ora bellezze “segrete”, se non addirittura nascoste.

Lei è stato uno degli ideatori del Festival del Cinema Giovani, che poi si è trasformato nel Torino Film Festival. In questi anni Torino si è ritagliata sempre più il ruolo di città del cinema indipendente, della sperimentazione. Quali sono le prospettive per il futuro?

Credo che si debba insistere su questa linea e anzi investire ancora di più. È necessario, a questo punto, fare un salto di qualità. Oggi non è più sufficiente presentarsi come vetrina internazionale del cinema indipendente: ormai tutti i festival sono obbligati ad occuparsi di queste stesse tematiche. Se Torino vuole continuare a mantenere il suo ruolo deve fare qualcosa di più. Deve diventare un laboratorio di sviluppo per i progetti di giovani autori, capace di alimentare non solo la visibilità dei prodotti, ma di accompagnarli in tutto il processo di creazione, con strumenti di supporto, di finanziamento, di tutoraggio. Non solo una vetrina del cinema giovane, dunque, ma uno dei suoi poli produttivi.

A proposito di novità, quest’anno a Roma si inaugurerà un nuovo festival, la Festa Internazionale del Cinema, quasi in concomitanza con il Torino Film Festival...

Mi sembra una scelta discutibile sotto vari punti di vista. Nessun paese al mondo può reggere tre grandi festival internazionali di cinema, per non parlare poi delle assurde logiche di competizione interna che si innescano, meccanismi giustificati solo da un principio di campanilismo. Detto questo, è vero però che il festival di Roma avrà caratteristiche molto diverse dagli altri: una dimensione mondana e popolare decisamente più accentuata rispetto a Torino, ma anche rispetto a Venezia. Certo, qualche difficoltà ci sarà per tutti, anche Venezia ne risentirà... Staremo a vedere: dopo la prima edizione avremo le idee più chiare sulle forme di coesistenza che si potranno trovare.

Cosa lasciano le Olimpiadi a Torino?

Lasciano moltissimo. Innanzitutto quello che tutti hanno sotto gli occhi, gli investimenti che il Comune ha fatto non solo in un make-up superficiale, ma in strutture destinate a rimanere: la metropolitana, il recupero di edifici storici, di spazi architettonici... Tutte operazioni che hanno una precisa funzionalità rispetto all’investimento sul turismo culturale che Torino sta affrontando.
C’è poi un innegabile effetto di sprovincializzazione della città. Torino si è trovata per quindici giorni sotto gli occhi del mondo, ha scoperto la bellezza di diventare una grande metropoli multiculturale, attraversata da migliaia di visitatori stranieri. Credo che i torinesi si siano appassionati a questa nuova dimensione: mi auguro perciò che tutto questo rimanga nel carattere della città e possa costituire l’elemento che mancava a quelle ambizioni di rinnovamento e trasformazione già in atto da qualche anno e che avevano solo bisogno di una spinta.

Giorgia Marino | 2011