Teatro/Pubblico, speciale Torino Spiritualità 2006
Le allungatoie del pensiero

Intervista a Haim Baharier, maestro di pensiero ebraico

C’è un curioso racconto yiddish, con cui lei a volte introduce le sue lezioni, che parla di tacchini e pappagalli…

È una storia narrata da un grande maestro di pensiero hassidico. Racconta di un uomo che, al mercato, cerca di vendere il suo tacchino ad un prezzo dieci volte superiore a quello di un pappagallo. Al cliente che si lamenta della richiesta troppo esosa commentando: “ma il pappagallo parla!”, lui replica: “Sì, ma il mio tacchino pensa!”.

La morale che si può trarre è forse l’affermazione di una superiorità, per la cultura ebraica, del pensiero sulla parola?

Non è del tutto corretto interpretare così la storia del “tacchino pensante”. Non si tratta tanto di superiorità del pensiero, ma della possibilità del pensiero di incanalarsi nella vita di tutti i giorni, nell’insignificante, nel tacchino appunto. Il pensiero nella tradizione di Israel vale per quel che ne facciamo: è importante la sua concretezza. Il peso del tacchino è dato dal pensiero. Non solo: trasformandosi in peso, il pensiero diventa accessibile a tutti.

Accessibile attraverso la parola?

Esattamente. A condizione che sia una parola pesante, grossa, concreta…

Concretezza significa anche responsabilità? In una società in cui spesso il linguaggio è il terreno della superficialità, questo suona quasi come un appello…

Sì, anche se bisogna stare attenti al rischio della banalità etica. Si fanno sempre appelli al pesare le parole, alla responsabilità del pensiero… Poi però bisogna vedere come ci si comporta quando l’insignificante irrompe nelle nostre vite.

Cosa intende per “insignificante”?

Posso spiegare il concetto con una parola: allungatoia. L’allungatoia è il contrario della scorciatoia: non la linea retta che da un punto porta rapidamente ad un altro, raggiungendo “efficacemente” l’obiettivo, ma la strada che mi condurrà sui sentieri delle colline circostanti. È questo l’autentico percorso della spiritualità ebraica. Il Dio di Israel è un Dio periferico e la strada per raggiungerlo è quella apparentemente più lunga e priva di significato, ma che consente le scoperte più preziose.

In un periodo storico in cui si scontrano identità – religiose, politiche – forti, lei parla di “identità claudicante”. In che senso?

Nella prospettiva di un Creatore e di un creato, il creato è per forza diminuito rispetto al Creatore. Il creato vive per la ferita inflittagli dal Creatore, che si è ritirato per fargli posto, per dargli esistenza. E ciò determina la claudicazione della creatura e di tutto il creato. Noi claudichiamo in armonia con un cosmo claudicante per natura. L’identità creata ha questa peculiarità, perciò quello che trovo odioso è quando mi vogliono dare una zeppa. Chi mi vuole aiutare in questo modo non capisce che questo zoppicare è la mia dignità, ciò su cui poggia la mia possibilità di interloquire con il mondo.

Si tratta dunque di una condizione imperfetta che ci spinge a cercare negli altri qualcosa per completarla?

No, la ricerca del completamento è una tentazione, ma è sbagliata perché significherebbe snaturare la nostra identità. La spinta verso gli altri deriva dal fatto che la claudicazione apre alla solidarietà: quando incontrerò l’altro claudicante, sarò in grado di capire la sua condizione. La condizione del claudicante comporta inoltre un’altra conseguenza. Il Creatore, ritirandosi, ha donato al creato uno spazio affinché potesse esistere; il nostro abitare sarà perciò un abitare da “ospiti”. La Torah quando parla della terra di Israel usa l’espressione: “la terra che vi do”. Molti commentatori si chiedono il motivo di questo presente eterno, che identifica l’azione del dare. Significa – ed è molto di attualità - che la natura di questa terra è la natura del dono e chiunque attenti a questa sua essenza non sarà più legittimato ad abitarla. Dobbiamo trovare un modo di abitare questa terra - emblematicamente questa piccola terra mediorientale, universalmente il pianeta - salvaguardando il rapporto di dono che essa porta con sé. È necessario dunque inventarsi una politica, un’economia, una socialità che siano rispettose di questa natura.

Per Torino Spiritualità lei leggerà e spiegherà la Torah insieme a sua figlia. Cosa significa per lei interpretazione?

Devo innanzitutto fare una precisazione: non sarà mia figlia ad accompagnare me, ma io ad accompagnare lei. Sarà lei a “spiegare” a me, lei che ha cominciato ad insegnarmi con la sua nascita, così come tutte le generazioni successive, con il loro avvento, insegnano a quelle precedenti. Interpretare per noi significa innanzitutto non morire, non esaurire il senso. Nella Bibbia Adamo esaurisce abbastanza rapidamente la sua traiettoria nel mondo, ciò che ha da dire. Ha bisogno di una nuova “traduzione”, perciò Dio lo addormenta – così come a volte è necessario “anestetizzare” i significati prepotenti - e da una sua costola crea Eva. “Adamo” viene tradotto in “Adamo ed Eva”. Dobbiamo stare sempre molto attenti a ciò che iscriviamo nell’Universo e se ciò che scriviamo perde senso, allora urge una nuova interpretazione.
Giorgia Marino | 2011