Exibart, giugno 2008
Festival delle Colline

Intervista a Sergio Ariotti

Sagome di animali fantastici mangiano i bordi di una battuta shakespeariana. L’arte contemporanea contamina la parola teatrale e la restituisce trasfigurata. È l’immagine con cui si presenta la XIII edizione del festival. Ne parliamo con Sergio Ariotti...

L’immagine di questa XIII edizione del Festival delle Colline Torinesi è una creazione originale di Luigi Mainolfi. Le sue strane sagome animalesche sintetizzano in modo emblematico la natura del festival...

Luigi Mainolfi crea i suoi ibridi partendo dalle sagome di vari animali: ne allunga gli arti, aggiunge escrescenze, come se giocasse con una macchia di inchiostro. I suoi schizzi diventano grandi tele o vengono fusi in bronzo per farne sculture, creando una sorta di zoo, a metà tra la mitologia e la fantascienza. Le figure che campeggiano sulle locandine del festival rimandano a qualcosa di umano e di animale nello stesso tempo, ma ricordano anche dei microrganismi sotto la lente di un microscopio: batteri inquieti e famelici che rosicchiano e inglobano le parole su cui si sono ritrovati a prolificare. Le parole del teatro, appunto. La frase "For nothing!", che si legge incastrata tra una sagoma e l’altra, non è altro che l’esclamazione di Amleto, stupito e forse un po’ inorridito dalla capacità di un attore di piangere e disperarsi per il destino di Ecuba, una creatura letteraria che in fondo per lui è niente: “And all for nothing! For Hecuba!”, grida il principe di Danimarca quasi scandalizzato. Le sue parole diventano il simbolo del teatro, ma anche lo smascheramento di quella convenzione scenica che oggi sempre più viene “erosa” dal lavoro di tanti artisti contemporanei. E sono proprio loro, creature ibride e inquiete, gli artisti a cui dà casa il Festival delle Colline, collocandosi in una realtà intermedia fra il teatro tradizionale e quel teatro di ricerca che si avvicina con sempre maggior interesse all’arte contemporanea.

Infatti, da tre anni, il Festival si fregia del sottotitolo Torino Creazione Contemporanea…

È stato necessario imboccare una strada più definita, circoscrivere il campo. Negli ultimi anni sono nati in Piemonte altri festival estivi come Teatro a Corte, nelle residenze sabaude, sulla scia di quello spirito di valorizzazione del territorio che nei primi tempi era una caratteristica della nostra rassegna. Per ritrovare una nostra specificità abbiamo allora deciso di scendere dalle colline e di rinunciare a qualche “prova d’attore”, per avvicinarci con più determinazione all’arte contemporanea e alla contaminazione dei linguaggi.

Oggi l’idea di “genere artistico” sembra sorpassata: tutte le arti sono trasversali. Ma allora ha ancora senso parlare di “contaminazione” come se si trattasse di un’eccezione?

Guardiamo alla pratica: gli operatori, i gestori delle sale, quando si tratta di fare un bilancio della loro attività continuano a ragionare per categorie, dicono “abbiamo programmato questi spettacoli di prosa, questi di danza, queste performance...”. Le distinzioni rimangono saldamente al loro posto, anche perchè è il sistema di finanziamenti pubblici a essere organizzato a compartimenti stagni. Insomma, è una questione di etichette, ma sono etichette che hanno il loro peso...

Da questo punto di vista si riscontra un gap rispetto ad altri paesi europei, come la Francia o la Germania...

È importante però sottolineare che si tratta solo di un gap organizzativo, non artistico e creativo. I nostri artisti non hanno nulla da invidiare ai colleghi europei; il problema è che spesso ricevono il giusto riconoscimento prima all’estero e solo in un secondo momento in Italia: come è successo a Pippo Del Bono o, esempio ancora più eclatante, alla Socìetas Raffaello Sanzio.

Il Festival delle Colline, dal canto suo, cerca di contrastare questa tendenza. Una delle vostre peculiarità è infatti quella di “affezionarvi” agli artisti e di “accompagnarli” nel loro percorso durante gli anni. In cosa consiste questa sorta di tutoraggio?

Il termine “accompagnamento” lo abbiamo mutuato da Iris, network teatrale europeo che si propone appunto di seguire il lavoro di vari artisti nel corso del tempo. Ci è sembrata la parola giusta per descrivere il tipo di rapporto che stabiliamo con alcune delle compagnie che lavorano con noi: un rapporto fatto di progettualità a lungo termine, di sforzi produttivi che si concretizzano in spettacoli e tournée, ma anche di legami umani che diventano più stretti di anno in anno, di fiducia reciproca e condivisione. Così è stato, per esempio, con Emma Dante, Egumteatro, Valter Malosti, Fanny & Alexander, Antonio Latella...

E proprio di Latella -di cui due anni fa avete prodotto una trionfale "Medea", Premio Ubu 2007 come miglior spettacolo- è il progetto più corposo di questa edizione: "Non essere - Hamlet’s portraits", un viaggio a stazioni nella tragedia shakespeariana.

Latella ha lavorato sull’opera di Shakespeare facendo dei ritratti dell’Amleto affidati a diversi personaggi del dramma. In sei serate, la tragedia viene raccontata da diversi punti di vista: dai becchini e dalle guardie, dalla regina e dal re, da Ofelia e Laerte, da Polonio, Rosencrantz e Guildestern, dai comici e infine dallo stesso Amleto. Questi racconti si fonderanno poi in una grande maratona finale, che racchiuderà le sei parti del lavoro cominciando al mattino e concludendosi in tarda serata. In seguito il lavoro assumerà probabilmente una forma più adatta alle canoniche stagioni teatrali, ma non sappiamo ancora che cosa diventerà. La sorpresa, per noi, fa parte del gioco e il rapporto con Latella passa proprio attraverso questa libertà....

Un’altra collaborazione diventata sempre più intensa è quella con la compagnia ravennate Fanny & Alexander, che torna a Torino con "Kansas"...

Chiara Lagani e Luigi de Angelis, i Fanny & Alexander, dopo aver lavorato per diversi anni sul romanzo Ada di Nabokov, hanno da poco iniziato un nuovo percorso sul Mago di Oz. È il loro singolarissimo metodo di lavoro: non si limitano semplicemente ad allestire un nuovo spettacolo, ma danno vita a un intero ciclo di allestimenti dedicati a un tema letterario, lo esauriscono in tutte le forme possibili e poi cambiano tema. Questi cicli durano tre, quattro, cinque anni...

Un’ossessione!

Sì, proprio un’ossessione: che poi è un altro modo per dire passione... "Kansas", che presentano al festival, è la seconda tappa della loro nuova ossessione. Rappresenta il momento del tornado che porta via la casa di Dorothy, scaraventandola in un altro mondo. L’ambientazione che hanno scelto è una galleria d’arte, e a subire lo spiazzamento sono in primo luogo i quadri della galleria. Una scena che, per l’impatto visivo, vale da sola lo spettacolo.

Oltre agli artisti italiani che seguite nel tempo, dietro la programmazione del Festival c’è anche un’instancabile ricerca di nuovi talenti all’estero. Talenti che lavorano sempre più a cavallo fra i diversi linguaggi dell’arte, come i libanesi Rabih Mroué e Lina Saneh...

Dopo il grande consenso ottenuto l’anno scorso, Rabih Mroué torna al festival con "How Nancy wished that everything was an April fool’s joke", una performance dedicata alla storia della guerra civile in Libano: a raccontarla sono i morti, o meglio le immagini dei morti che affollano i muri di Beirut, riprese da Mroué nei suoi video che trasformano la guerra quasi in una realtà virtuale. Appendice di Lina Saneh è invece un lavoro sull’idea di cremazione. L’argomento può sembrare piuttosto lugubre, ma il risultato raggiunge addirittura punte di comicità. La Saneh ragiona sul fatto che, nella cultura araba, una persona non possa decidere di farsi cremare, non essendo proprietaria fino in fondo del proprio corpo, che appartiene invece alla religione. Lina Saneh allora immagina, paradossalmente, di portarsi avanti con il lavoro, cominciando a prendere pezzi del proprio corpo e a bruciarli prima di morire: magari dei pezzi che non servono tanto... Si tratta naturalmente di una provocazione, di un moto di ribellione nei confronti dei vincoli di una cultura soffocante: non solamente una critica all’Islam, ma a tutte quelle usanze e tradizioni che impediscono alle persone di essere completamente libere.

Per finire, accanto a questi lavori di intersezione fra arti e linguaggi, di fianco a questa ricerca sulla contemporaneità, c’è anche qualche giovane artista che invece si fa portatore di una certa nostalgia del passato, della tradizione teatrale. Il cerchio si chiude e la maschera del Grande Attore torna, rivisitata, per esempio nel lavoro di Vincenzo Schino...

Questo giovane regista, che proviene dall’Officina della Valdoca, è affascinato dalla figura del Grande Attore, dalle maschere della Commedia dell’Arte, ma soprattutto dalle suggestioni che queste immagini provocano sul pubblico. Il suo scopo è quello di ricreare l’attimo irripetibile della presenza dell’attore sul palcoscenico e la fascinazione che questa presenza può indurre. Le sue prime ricerche gravitavano intorno all’idea del trucco: i suoi personaggi erano truccatissimi, come delle maioliche bianche con le smorfie dipinte a suggerire delle maschere rituali. Questo suo studio non è però in funzione di una parola detta, di un messaggio, ma solo di un’epifania improvvisa: quello che gli interessa è la persistenza dell’immagine dell’attore negli occhi degli spettatori. Così, anche per il nuovo allestimento Voilà, Schino lavora ancora sullo sguardo del pubblico, costruendo davanti agli spettatori un occhio, un diaframma che si apre e si chiude, individuando una parte o un’altra della scena. La sua idea di teatro è un tableau vivant, un quadro che permetta al pubblico di scegliere e ritagliare una porzione di realtà, più di quanto non faccia il cinema, che al contrario ci arriva addosso con una globalità che non consente scelta. Il teatro, invece, ci lascia la libertà, anche nel bel mezzo di una scena madre, di scegliere un angolo del palcoscenico e magari concentrare la nostra attenzione su un attore minore impegnato in una controscena. Il teatro, insomma, restituisce il libero arbitrio allo sguardo dello spettatore.
Giorgia Marino | 2011