Sistema Teatro Torino, dicembre 2006
Il rumore dell'inconscio

Visita a Cassandra di Paola Tortora

Il rumore del mare è il principio di tutto. Nel buio della sala, le onde sulla battigia - simbolo di un tempo circolare che non conosce distinzione fra passato presente e futuro, come nei sogni, come nella memoria allo stato preverbale – riempiono le orecchie e i sensi. La musica della risacca si fa ventre generante e preludio al racconto di Cassandra.

Paola Tortora, nei panni della profetessa di Troia, compare in scena quando si accendono le luci e il silenzio improvviso riattiva l’attenzione cosciente. Mezzo volto dipinto e tra le dita due piccoli cimbali, la figlia di Ecuba e Priamo, ora schiava del re Agamennone, è appena sbarcata dal galeone greco e, davanti alle mura di Micene, attende di varcare la soglia del palazzo nel quale – lo sa - troverà la morte per mano di Clitennestra. La sua ultima profezia le sbarra le porte del futuro, e allora lo sguardo si volge all’indietro, torna al mare da cui proviene, a Troia, all’infanzia.
«Raccontare mi urge, e con questo racconto faccio ingresso nel mondo delle ombre…». Il suo cammino a ritroso, però, non si nutre di ricordi, ma di visioni: i piani temporali si confondono, si sovrappongono e la lunga confessione di Cassandra scava fino alle radici ancestrali di atavici terrori, strappando il velo ad immagini perturbanti che galleggiano nell’inconscio e fanno capolino – complice un rapido oblio – solo nello spazio dei sogni.

Primo movimento di un complesso percorso di ricerca, Visita a Cassandra non è semplicemente l’ennesimo monologo cucito attorno al fascino imperituro di un mito. Notevole è innanzitutto l’impianto testuale: un fitto tessuto che fonde il crudo verso senechiano (quello dell’Agamennone) alla prosa- flusso di coscienza di Crhista Wolf, innestandovi i misteriosi versi del monologo profetico di Licòfrone, in parte tradotti in stretto dialetto cilentano. Se, dunque, la forza della parola basterebbe ad avvincere sul piano intellettuale, la suggestione quasi ipnotica di questo lavoro, scarno ma densissimo, agisce però sul lato irrazionale, richiamando i gesti arcani, i segni oscuri, le segrete movenze di un’intimità onirica (quella della stessa interprete) coraggiosamente scandagliata e inventariata, attraverso un faticoso training, per essere offerta, senza pudore, come in un rito.

La straordinaria Paola Tortora – attrice di scuola napoletana da qualche anno trapiantata a Torino – scivola così lungo il perimetro immaginario di una scena completamente vuota, con un movimento che è un flusso continuo, fatto di minimi spostamenti e assestamenti impercettibili, ma che a tratti si fa fulmineo e spiazzante, come in un incubo. Si batte ritmicamente il petto evocando la profezia della caduta di Troia, che costò a Cassandra l’amore del padre; sparge in terra sassi bianchi raccontando la fuga di Enea, vista così chiaramente come fosse già avvenuta; e, in posizione da partoriente, cambia voce, quasi fosse posseduta da una janara, e torna alla lingua delle origini, il dialetto, per dire delle sue visioni di morte.
In equilibrio fra il sonno e la veglia, nel limbo che sta fra lo stato cosciente e il fondo oscuro dell’inconscio, la profezia diventa così ricordo e il tempo si richiude su se stesso, ricomponendo il moto circolare, infinito delle onde.

Giorgia Marino | 2011