Progetto Domani, febbraio 2006
Il gioco dell'economia

Lo specchio del diavolo di Luca Ronconi

«L’economia è al servizio dell’uomo, o l’uomo è al servizio dell’economia?», si chiede Giorgio Ruffolo nell’introduzione alla sua cavalcata storica attraverso le alterne vicende di uomini beni e denari, da Adamo ed Eva alla nascita dell’Euro. Ma soprattutto – e questo se lo domanda Luca Ronconi - può il teatro servire ad entrambi, rendendo più consapevole l’uno e meno cieca e meccanicamente inesorabile l’altra? La risposta, a quanto pare, è sì. O meglio: c’è una ragionevole possibilità che, uscendo da uno spettacolo come Lo specchio del diavolo, in scena in questi giorni ai Lumiq Studios, anche chi vi si sia avventurato da completo ignorante in materia, riesca finalmente ad accostarsi alla pagina economica di un quotidiano senza il consueto timore reverenziale riservato ai misteri insondabili dell’esistenza. E se la conoscenza trasforma pedine inconsapevoli in attori coscienti, allora anche la partita, forse, può cominciare ad essere condotta con regole più leali. «Mi piacerebbe – ha dichiarato Ronconi - che lo spettatore comprendesse che il continente dell’economia non è assolutamente precluso a chi ne subisce solamente le conseguenze. Mi piacerebbe contribuire a trasformare due atteggiamenti: da una parte quello di venerazione cieca nei confronti dell’economia, della finanza e del mercato; dall’altra quello di esecrazione totale e distacco critico».

I buoni propositi, però, non traggano in inganno: non di pedante allestimento didascalico si tratta. L’utopia ronconiana del teatro che apre alla vita, che getta ponti oltre la quarta parete per trascinare sulla scena la materia ondivaga e imprendibile dell’attualità si realizza, infatti, in una abbagliante dimensione ludica. Non quella della festa e del rito che fece il successo dell’Orlando furioso, né quella dell’interattività un po’ cerebrale di altri storici lavori del regista: le note dominanti dello Specchio del diavolo sono il divertimento, la libertà di invenzione, la leggerezza. In una parola, il gioco. E segnatamente, si potrebbe dire: ché forse quella del gioco non è la metafora più immediata per descrivere i meccanismi dell’economia?
Niente moralismi né demonizzazione, dunque. Ma provocazione, sì. Il mastodontico giocattolo che Ronconi ha costruito per dare corpo al linguaggio ironico e brillante di Giorgio Ruffolo cita, e insieme ingrandisce, deforma e scompone come negli specchi di un luna-park, tutti i simboli dell’economia occidentale. C’è il supermercato, le cui abnormi scaffalature, nella scena di Tiziano Santi, incombono sinistramente (qualche volta crollando) sugli ignari avventori, che, carrello alla mano, bianco-vestiti come pecore al pascolo, passeggiano cullati e invogliati all’acquisto da un suadente “muzak” anni Settanta. Ci sono i pacchi di giornali e i televisori, che condensano in un’immagine il processo di “smaterializzazione” delle merci che ha portato al mercato delle idee, alla moderna società dell’informazione. Ci sono i lingotti, ostentatamente dipinti, e ci sono i dollari, svolazzanti e fruscianti, come i geniali costumi di carta (tutti, dalla foglia di Adamo ai doppiopetti di Wall Street) con cui Simone Valsecchi e Gianluca Sbicca hanno avvolto le irreali figure che prestano corpo e voce a teorie, storie, aneddoti.

Attraverso i tre quadri che compongono l’ideale percorso di Ruffolo, dalla nascita dell’agricoltura all’invenzione della moneta fino alle complesse interrelazioni fra politica ed economia nello scenario contemporaneo, i personaggi – apparizioni di carta in un fantastico varietà - si materializzano da una botola, attraversano un ponte sospeso sopra il palcoscenico, compaiono in cima ad un ventilatore o spuntano fuori da un banco-frigo per enunciare il paradosso dell’acqua e del diamante o spiegare come fu che, nell’assedio di Tolentino, un topo fu venduto per duecento fiorini, per illustrare il meccanismo dell’inflazione o snocciolare deliranti e a volte catastrofiche trovate finanziarie, per raccontare la vicenda dell’avventuriero John Law, fondatore di banche, o il gioco di prestigio con cui Richard Nixon sganciò il dollaro dall’oro. Sono pochi i momenti in cui il ritmo rallenta e si piega ad un pacato argomentare, ad una cadenza monologante. Gli attori sulla scena, infaticabili, si rincorrono, si scalzano, letteralmente si inseguono e si scartano in una partita di football americano che, se ad un certo punto prende forma davvero sul palcoscenico, può essere presa a cifra di tutta la rappresentazione.
Frastornante, mirabolante, sorprendente, Lo specchio del diavolo pulsa con il battito della società dell’immagine, veicolando i significati in modo immediato attraverso la vista. Ma quando è il momento sa anche fermarsi e lasciare che sia la nuda parola a portare il messaggio. Così ci si siede – insieme alla sarabanda di clienti, operai, studenti, predatori di Wall Street improvvisamente quieti – e si presta attenzione alle ipotesi del rumeno Nicholas Roegen che disegna un ciclo produttivo più umano, si immagina un mondo retto da un pacifico equilibrio universale insieme a un Demiurgo romantico e un po’ svagato, e infine si ascolta l’apologo del re persiano Serse, travolto dalla sua sciocca tracotanza. Come monito, e insieme invito ad una vigile e costante lucidità, quella sì possibile per tutti. Perché, se il poeta Schiller disse una volta: «Contro la stupidità, anche gli dei sono impotenti», Ruffolo, da pragmatico economista, chiosa: «Gli dei, forse. Gli uomini, no».

Giorgia Marino | 2011