Artribune, giugno 2011
Spaesamento e rovine

Muta Imago al Festival delle Colline

Una croce blu in campo bianco. Ovvero, nel Linguaggio Internazionale dei marinai, “sospendete quello che state facendo e prestate attenzione ai miei segnali”. È dell’artista Marzia Migliora il segno scelto quest’anno per rappresentare il Festival delle Colline Torinesi. Appropriato. In epoca di multitasking e attenzione ondivaga, è bene ricordare che il teatro non fa sconti: è una delle poche esperienze estetiche che ancora richiede la completa concentrazione del suo fruitore.
È l’edizione numero 16 e, nonostante da qualche anno si fregi del titolo “Creazione Contemporanea”, la rassegna di Sergio Ariotti sembra tornata alle origini, con una netta prevalenza del teatro di parola su performance e installazioni. Si va dai classici rivisitati (l’Otello in ben due versioni o l’Ariosto del Teatro delle Albe) ai nuovi drammaturghi-star come l’argentino Rafael Spregelburd, dalla verbosità – ormai di maniera – del solito Delbono al ricco filone dialettale della recente drammaturgia nostrana (il bresciano di Achille Platto, il piemontese di Donatella Musso, il napoletano di Ludwig/Interno5, il barese dei giovani Fibre Parallele).

Rispetto a questa tendenza, rappresenta dunque un’eccezione Displace, nuovo e ambizioso progetto di Muta Imago, la cui seconda tappa (Rovine) è stata presentata in prima nazionale a Torino e coprodotta dal festival.
Accantonato il filone intimista e memoriale dei precedenti lavori (Comeacqua, (a+b)³, Lev, Madeleine ), la regista Claudia Sorace si concentra questa volta su un tema d’attualità: lo spaesamento. “Displace” vuol dire ricollocare, spostare dal luogo usuale, in particolare, costringere qualcuno ad abbandonare la propria casa, in genere a causa di guerre o catastrofi. Allargando la prospettiva, lo spaesamento è la sensazione dominante dei nostri anni: il passato ci è estraneo, il futuro oscuro, il mondo che conosciamo sembra cadere in pezzi. Proprio come il muro che emerge dal buio della sala, su uno schermo. Vacilla, in una tempesta di rumore crescente, ma la sua bidimensionalità ci tranquillizza; fino a quando, improvvisamente reale, crolla rovinosamente in scena, spargendo macerie di gesso e pietra ai piedi del pubblico. Ecco che la percezione ingannata fa perdere i punti di riferimento: incertezza e paura sono i primi effetti dello spaesamento.
Poi arriva la rabbia. Il furore rosso e cieco di chi non ha più nulla da perdere. Nel buio galleggiano poche parole centellinate: tracce delle Troiane di Euripide, lampi di Silvia Plath, frammenti di qualche diario di profughi. Il resto, come è nello stile di Muta Imago, è affidato a potenti visioni, materializzate sulla scena attraverso una cura maniacale dei dettagli e una precisione geometrica nello scolpire, con luci e figure umane, uno scenario che sa di tragedia classica e rovine apocalittiche, di Troia e Sarajevo, di guerre elleniche e Afghanistan. Le quattro attrici – identiche nella penombra, riflessi di una stessa figura – si muovono meccanicamente fra le macerie, seguendo esili sentieri di luce. Tese, i muscoli frementi, fissano la platea con rabbia rattenuta: quella delle donne, a cui sempre tocca camminare fra le rovine e seppellire i morti. I loro sguardi feriscono e mettono a disagio, così come i fari rossi che si accendono con violenza sul pubblico e lo schiocco delle fruste sull’orlo della scena.
E ci lasciano così: spaesati, appunto. In attesa di una catarsi che forse arriverà nell’ultima tappa del lavoro. Con il disagio addosso e una rabbia che, imbrigliata in una perfetta architettura scenica, è stata più esperienza estetica che emozione. A pensarci bene, quale miglior sintesi della condizione da eterno spettatore dell’Occidente contemporaneo?

Giorgia Marino | 2011