Ri-generazione, marzo 2007
Schermi ipnotici, corpi ironici

Retrospettiva di JeanMarieVolonté

Oliver Stanford è tornato. Con il nome da fumetto noir e la faccia del sempre più convincente Ettore Scarpa, il personaggio-feticcio creato da JeanMarieVolontè ricompare sulla scena per la seconda volta ad incarnare l’identità dilaniata e lo spaesamento nevrotico di una contemporaneità allagata da flussi allucinatori di informazione.
Schermi – opachi, trasparenti, sovrapposti, sfalsati – invadono un palcoscenico dove la presenza umana è oppressa e smarrita. Un uomo importante è stato rapito e subito si scatena una ridda di teorie-congetture-accuse-indizi-ritrattazioni che palleggia dichiarazioni da un microfono all’altro. «Ho perso il filo…». «Lo ritroverai, ti aiuterò io». Oliver Stanford è sdraiato in un angolo, rannicchiato, tramortito, oscurato, e in parrucca platinata la sua aguzzina e infermiera “si occupa” di lui, della sua iniziazione, di incanalarlo in un “ruolo nel destino del mondo”, di dargli una nuova memoria abolendone l’individualità. Fotogrammi lo avvolgono, lo attraversano, gli scorrono di fianco, alle spalle, davanti: ma il corpo “vivo” dell’attore reclama la sua oltraggiosa presenza, insinuando nell’empireo di asettiche teorie politiche e dogmi rivoluzionari le sue irriverenti pulsioni. E allora il condizionamento non può che produrre parodia. Arancia Meccanica si ribalta in una caricatura da fumetto; frammenti di un’inquietante attualità fatta di uomini-bomba e guerriglie urbane si ricompongono rovesciati nello specchio di un format televisivo; solenni proclami di rivolta e progresso si negano, nel momento stesso in cui vengono enunciati, diventando litania buona solo per l’ipnosi.

Sul filo costante di un’ironia sottile, JeanMarieVolontè maneggia con sicurezza e sapienza i nuovi linguaggi (video, suoni, riprese “in diretta”), non semplicemente giustapponendoli, ma incastrandoli, compenetrandoli con la carne dell’attore ed estraendo da questa feconda dialettica il messaggio di fondo già sotteso al primo episodio della Trilogia di Oliver Stanford: è ancora e sempre l’imprevedibilità dell’agire umano a offrire uno spiraglio d’aria attraverso il flusso indistinto che sembra fagocitare e appiattire ogni gesto.

Giorgia Marino | 2011