Sistema Teatro Torino, giugno 2007
Il corpo come volontà e rappresentazione

Un anno con 13 lune

Elvira si è persa. Elvira era un ragazzo che “si chiamava Erwin, un giorno è salito su un aereo per Casablanca e si è fatto tagliare l’uccello”. Per amore di un uomo che non l’amava. Elvira oggi è gonfia, è sfatta, è ubriaca, è sola: ha disgusto di sé e disgusta gli altri. Elvira non trova più la sua immagine nello specchio e sente il suo corpo come un vestito ridicolo addosso alla sua anima.
Al centro di Un anno con 13 lune di Egum Teatro, versione teatrale del celebre film di Fassbinder che – coprodotto con la Fondazione Teatro Piemonte Europa - ha aperto trionfalmente il Festival delle Colline, ci sono un corpo e uno specchio. Il corpo è quello impudico, sfrontato, straziante di Michele Di Mauro nei panni del transessuale Erwin-Elvira, di cui si raccontano gli ultimi cinque giorni prima del suicidio. Lo specchio è quello che sta come un abisso sull’orlo della scena, appoggiato sul pavimento, profondo come un pozzo in cui guardare la propria vita distrutta, nero come una condanna auto-inflittasi, tondo come la tredicesima luna, quella dei suicidi…
Amaro dramma dell’abbandono, che declina ancora una volta il tema, caro al regista tedesco, dell’ “amore più freddo della morte”, Un anno con 13 lune è però soprattutto una storia di alienazione, di rifiuto di se stessi e di un corpo che diviene rappresentazione senza essere volontà, reclamando così la morte come atto non di disprezzo ma di amore per la vita. La tragedia della protagonista è quella di essere diventata donna senza sentirsi tale, ma solo per compiacere il capriccio di un uomo, il protettore Anton Saitz, di cui il giovane macellaio Erwin, già peraltro padre e marito, si era innamorato. Rifiutato da chi doveva amarlo, ora quel corpo è lì, nella sua ingombrante decadenza, che tenta, osceno e tenero insieme, di nascondersi dietro abiti maschili, di farsi accettare, di credere che non sia troppo tardi.

Proprio da qui sembra essere partito il lavoro dei due registi Virginio Liberti e Annalisa Bianco e dello straordinario Di Mauro, la cui carne diventa il terreno di una lotta senza quartiere fra un Io lacerato e la sua immagine smembrata e riflessa, irriconoscibile, nel mondo.
Con la faccia schiacciata dall’amante di turno sulla superficie di quello specchio-condanna, Elvira- Di Mauro, la giacca da uomo sopra un abito tutto pieghe e svolazzi, implora “Tu mi amavi”, e quel che riceve in risposta è solo un cinico “E chi lo sapeva che saresti diventata così, peggio di un maschio…”. Sullo sfondo scorrono le immagini raccapriccianti di un mattatoio: la carne che fuma, che si arrossa per il sangue, che palpita di vita nel momento della morte. Inizia così una surreale via crucis, un pellegrinaggio a metà tra la crudezza del reale e la sospensione dell’onirico, che incrocia le strade di bizzarri personaggi tutti alle prese con la tragedia del guardare e del guardarsi: un impiegato, licenziato perché malato di tumore, che si costringe ogni giorno per tutto il giorno a fissare la finestra del suo ex datore di lavoro; un aspirante suicida che non vuole più permettere alle cose di esistere solo per il fatto di percepirle; Frida la mistica, rinchiusa otto anni in manicomio per una “risistemata”, che parla da un video come un oracolo e predica “il mio corpo è la mia immagine, rappresenta la mia volontà”, mentre il volto le si sgretola come una maschera crepata dal sole… E intanto, sulle note dell’inquietante ninna-nanna di Mary Poppins (“Stay awake, don’t nod and dream”), l’affascinante prostituta Zora racconta la fiaba nera del bambino-fungo, che con atroce voluttà si fa mangiare dalla sorella-lumaca.
Si scivola così dolcemente e crudelmente nell’annientamento di sé. Elvira si fa sbranare dal mondo, regala pezzi di sé agli altri, si taglia i capelli per poter dire “non riesco più a guardarmi”, si tuffa nello specchio, piangendo, per sciogliersi. Si copre la testa con la giacca per nascondersi dal mondo e, in un duello feroce con la sua immagine, affoga in quella pozza nera, tonda come la luna dei suicidi.

Giorgia Marino | 2011