Greenews.info - LaStampa.it, 24 aprile 2014
Rewilding: ricostruire
gli ecosistemi fa bene anche all’economia

Intervista ad Alberto Zocchi

“Rendiamo l’Europa un posto più selvaggio”: è il motto di Rewilding Europe, fondazione olandese portatrice di un nuovo affascinante approccio alla conservazione della natura. Basato sulla reintroduzione della grande fauna selvaggia in vaste aree abbandonate dall’agricoltura, il rewilding non è solo un metodo per la ricostituzione degli ecosistemi naturali, ma si presenta come un potenziale elemento di sviluppo socioeconomico e un vero e proprio movimento culturale, capace di suscitare ardenti entusiasmi ma anche dubbi e critiche.
Da qualche mese l’Appennino Centrale è entrato a far parte della rete europea con un ambizioso progetto. Ne abbiamo parlato con il Presidente di Rewilding Apennines Alberto Zocchi.

L’approdo del progetto Rewilding Europe in Italia ci offre l’occasione per fare il punto sull’idea stessa di “rewilding”, da noi ancora poco conosciuta. Di che si tratta e qual è lo scopo di Rewilding Europe?

Rewilding Europe è una fondazione olandese che parte da due presupposti principali. Il primo è l’osservazione che in Europa è in atto un diffuso abbandono dei terreni e delle pratiche tradizionali di agricoltura e allevamento in aree montane. Questa tendenza, che spesso prelude al passaggio a un’agricoltura intensiva, è in genere considerata come una delle principali minacce alla biodiversità a livello europeo. La struttura variegata dell’ecosistema montano a cui siamo abituati, con campi, filari, boschetti, terrazzamenti, muretti a secco, piccole raccolte d’acqua, viene infatti gestita artificialmente dall’uomo; in questa “manutenzione” è compreso anche l’impatto degli erbivori (pecore, cavalli e mucche) che, allevati tradizionalmente, contribuiscono a mantenere alcune zone di radure aperte, impedendo che bosco e cespugli prendano il sopravvento ovunque. La loro assenza porta dunque a una uniformazione dell’ambiente. Per questo la Commissione Europea si preoccupa di finanziare progetti che servano a controbilanciare questa tendenza, attraverso l’utilizzo di greggi di pecore o vacche, attività di sfalcio e simili: tutte iniziative sempre meno sostenibili da un punto di vista economico.
D’altra parte, però, questo abbandono dei terreni sta lasciando spazio a un’evoluzione naturale degli ecosistemi, permettendo, insieme a un’attività di conservazione portata avanti da decenni, un ritorno della grande fauna selvatica. Come il lupo in Italia che, se fino a qualche anno fa era diffuso solo in poche aree dell’Appennino centrale, oggi si è ripreso il suo reame originario, colonizzando tutti gli Appennini e arrivando fino ai paesi alpini e alla Francia.
Per Rewilding Europe tale processo non è un problema, ma un’opportunità. Contemporaneamente a questa tendenza, infatti, nelle comunità montane si riscontra un’assenza di opportunità di lavoro, di risorse per i comuni e a una forte migrazione, soprattutto dei giovani, costretti a trasferirsi in città. Noi non facciamo che collegare questi tre elementi: l’abbandono dei terreni, favorendo il ritorno della grande fauna selvatica e il ricostituirsi dei processi ecologici naturali, rende le aree interessate delle zone di forte attrattiva per il turismo naturalistico internazionale, creando così nuove opportunità di lavoro e sviluppo e valorizzando attività tradizionali ancora esistenti e legate alla natura (come la produzione di miele o formaggi).

Viene a questo punto da chiedersi quale sia la differenza tra un’area di rewilding e un parco naturale…

La differenza è innanzitutto nel processo. Per tornare a un esempio vicino, nell’Appennino stiamo già assistendo a un fenomeno di rewilding: terreni prima coltivati vengono ri-occupati da cespugli e animali selvatici. Questo avviene sia dentro che fuori le aree protette: è un fenomeno di tipo ecologico indipendente dallo stato legale di protezione dei territori, che si tratti di parco nazionale, riserva naturale o altro. Il punto è introdurre l’idea che il processo di rewilding è potenzialmente positivo sia per la biodiversità che per lo sviluppo socioeconomico. Il nostro è un approccio community based, partecipativo: parte dal basso per ottenere risultati a beneficio delle comunità che vivono in queste aree, mettendo insieme conservazione e attribuzione di un valore economico alla natura. Mentre le aree protette vengono, in un certo senso, calate dall’alto sulle comunità locali, che le vivono passivamente, noi facciamo uno sforzo per coinvolgere i principali stakeholder (non solo le amministrazioni, ma anche i cacciatori, gli allevatori e gli agricoltori), in maniera tale da assicurarci un supporto sociale da parte loro.

Si tratta anche di modalità di gestione diverse? Di mettere in pratica, nel caso del rewilding, un’idea di natura “lasciata a se stessa” e non sorvegliata come quella dei parchi?

In realtà anche nelle grandi aree protette esistono delle zone di tutela integrale nelle quali vengono lasciati compiersi i fenomeni naturali senza intervento dell’uomo, ma sono aree molto ridotte. L’obiettivo di Rewilding Europe è invece fare un salto di scala, aumentando il livello di naturalità su grandi aree. Si mira dunque a identificare dieci aree con superficie maggiore di 100 mila ettari (per intenderci, il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise si estende “solo” per 44 mila ettari) e in queste aree in giro per l’Europa ricostruire gli anelli mancanti delle catene ecologiche e alimentari originarie, attraverso la reintroduzione di grandi erbivori e favorendo il diffondersi di carnivori già presenti e avvoltoi.
Abbiamo una visione a lungo termine, che immagina l’Europa nei prossimi decenni come un posto decisamente più selvaggio, nel quale il contatto fra la popolazione, i processi naturali e la fauna selvatica sia più diretto e positivo. Fra uno o due decenni il paesaggio europeo potrebbe ricordare quello delle savane africane, con branchi di cervi inseguiti dai lupi, carcasse di animali divorate dagli orsi, dai grifoni e da altre specie di avvoltoi, le catene ecologiche ricostituite e i processi naturali riportati alla loro integrità. Si tratta di una visione più avanzata di quella di un’area protetta, che invece ha come scopo di impedire un’ulteriore perdita di biodiversità conservando l’esistente.

Nella visione rientrano anche i mammut e i bisonti?

A questo proposito si potrebbe parlare per ore… Uno degli elementi che Rewilding Europe sostiene, e che è al centro di un acceso dibattito, è la possibilità di “ricreare” e reintrodurre animali oggi estinti, che in passato facevano parte della fauna autoctona europea, come il bovino primigenio, cioè l’uro o aurox, e il cavallo selvatico. Si sta invece già lavorando per reintrodurre il bisonte europeo, utile, insieme ad altri grandi erbivori, per mantenere la diversificazione ambientale fra zone di foreste e cespugli e zone aperte, di pascolo.
Nell’ambito del concetto di rewilding c’è comunque di tutto... Si passa dall’estremo del Pleistocene Rewilding, cioè la proposta di ricostruire geneticamente i mammut o le tigri dai denti a sciabola e reintrodurlii in Nord America, a chi, come noi, molto più con i piedi per terra, prende atto di un abbandono in corso dei terreni agricoli e del conseguente ritorno della fauna selvatica, e cerca di favorire questa tendenza mettendo insieme sviluppo socioeconomico e conservazione.

Veniamo al progetto italiano. L’area di Rewilding Apennines è la sesta entrata a far parte del circuito internazionale di Rewilding Europe. Quando è partito il progetto?

Siamo partiti ufficialmente a metà gennaio, dopo un lungo lavoro di preparazione. La fase di selezione delle nuove aree da parte di Rewilding Europe è durata un anno mezzo e ha richiesto anche la redazione di un business plan e la verifica delle disponibilità delle amministrazioni locali. Il finanziamento da parte di Rewilding Europe è per il momento biennale e ad esso si aggiunge un finanziamento specifico, per un progetto dedicato all’orso marsicano, dalla svizzera Fondation Segrè, gestita dal banchiere italiano Claudio Segrè.
Il nostro lavoro si concentra sulle aree di collegamento fra tre grandi parchi naturali dell’Appennino centrale: il Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise, il Parco del Sirente Velino e il Parco della Maiella. In particolare abbiamo cominciato a lavorare sul territorio dei comuni di Ortona dei Marsi, Gioia dei Marsi e Lecce dei Marsi: in queste tre aree pilota abbiamo stabilito, in un anno e mezzo di preparazione, un ottimo rapporto con le amministrazioni locali, che hanno capito e sposato la filosofia del progetto.
Lo scopo è di migliorare lo stato ambientale delle aree di collegamento fra le zone protette per fare, come dicevamo, un salto di scala: i parchi naturali diventeranno cioè parte – il cuore – di un sistema molto più vasto, un “corridoio ecologico” nel quale la fauna selvatica potrà liberamente passare da un’area all’altra.
Un esempio particolarmente rilevante è l’orso bruno marsicano. Oggi questa sottospecie di orso, che conta appena 50 esemplari, è localizzata principalmente nel Parco Nazionale d’Abruzzo, dove ha una densità tra le più alte del mondo. Ma ha due problemi: l’elevata mortalità e la scarsa possibilità di espandersi. andando a rioccupare zone dove un tempo viveva, come il Parco dell’Appennino Sirente o il Parco della Maiella. Per arrivare in queste aree, l’orso dovrebbe attraversarne altre attualmente non protette dal punto di vista legale: è qui che dobbiamo intervenire per creare le condizioni adatte a questo passaggio, rendendo più selvaggio tutto il sistema delle aree protette nell’Appennino centrale.

Reintrodurre o favorire l’espandersi di grossi predatori come lupi e orsi può portare però anche dei problemi di “convivenza”. Come si fa a far capire alle popolazioni che, per esempio, se un orso sconfina (come è successo di recente in Svizzera) non bisogna sparargli?

È una questione particolarmente sentita nelle zone in cui questi animali mancano da molto tempo, come l’arco alpino, dove il ritorno del lupo ha creato diversi problemi, o la Svizzera, dove non si vedono orsi da parecchi anni. C’è naturalmente un problema culturale di compatibilità fra la presenza dell’uomo e la grande fauna selvatica, ma in aree abituate da sempre alla presenza di questi animali, come l’Appennino centrale, esistono tutta una serie di sistemi tradizionali che permettono di evitare i danni da essi causati. Come l’utilizzo di cani da pastore o l’adozione di recinti elettrificati per proteggere le pecore durante la notte: tutte misure di protezione che sono andate perse nelle zone in cui i grandi predatori sono scomparsi e che si tratta di reintrodurre. Un processo possibile e già adottato con successo in diversi casi.

Oltre all’orso, quali specie pensate di reintrodurre nell’Appennino centrale?

Al momento non abbiamo intenzione di reintrodurre specie che non siano già presenti. Miriamo per ora a un miglioramento delle condizioni di conservazione delle specie che già esistono, soprattutto orso, lupo, cervo, aquila reale, avvoltoi, grifoni (già reintrodotti una dozzina di anni fa) e ci concentreremo sull’obiettivo di rendere più sicure le zone di collegamento fra i diversi parchi nazionali. Certo, ci sarebbero ancora delle specie da reintrodurre nell’Appennino, ad esempio il cipeto, un grosso avvoltoio che grazie a un programma pluridecennale è ritornato sulle Alpi, e la lince. Ma vogliamo prima creare un consenso sociale e dar vita a un movimento turistico molto selezionato, i cui fondi si possano riutilizzare per la conservazione della natura nelle aree pilota.

Come è stato accolto finora Rewilding Apennines dai diretti interessati?

C’è un forte sostegno a livello locale di questa idea, cosa che francamente non mi sarei aspettato... Spesso l’unica possibilità per i giovani che nascono in un paese montano è emigrare in città per cercare lavoro. Abbiamo conosciuto, in questi mesi, alcuni ragazzi che si sono trasferiti in grandi città e ora vorrebbero tornare nel loro paese, consci del capitale naturale che hanno a disposizione, ma senza avere idea di come utilizzarlo. Proporre loro di considerare la natura selvaggia come un’opportunità sulla base della quale creare posti di lavoro, nuove attività, una nuova integrazione della presenza dell’uomo nell’ambiente, ha generato così grande interesse se non addirittura entusiasmo. Si aprirebbero infatti grandi possibilità per un turismo internazionale: opportunità di alloggio e ristorazione, capanni e servizi per l’osservazione della fauna selvatica, esperienze di vita nella natura selvaggia…

Si tratterà però di gestire il turismo in maniera un po’ diversa da come siamo abituati…

Certo, non parliamo di turismo di massa, ma di un turismo specializzato medio-alto. Il target di queste attività non è il visitatore “mordi e fuggi”, se non in maniera minoritaria. Si parla di un turista internazionale, appassionato naturalista, soprattutto proveniente dal Nord Europa oppure di fotografi naturalisti. Il boom della fotografia digitale e la possibilità diffusa di avere attrezzature con cui fare scatti prima inimmaginabili sta creando un mercato in fortissima ascesa a livello mondiale. Ad esempio in Scandinavia esiste una rete di capanni di osservazione per l’orso e il lupo, per i quali fotografi o semplici appassionati pagano 200-250 euro al giorno. Il business dell’osservazione dell’orso in Scandinavia, iniziato pochi anni fa, è passato da un fatturato annuale di poche decine di migliaia di euro a un ordine di grandezza di milioni di euro. Anche in Spagna ci sono diverse società di turismo naturalistico che utilizzano capanni per l’osservazione dei grandi avvoltoi, al costo di 80-100 euro al giorno a persona: ci sono prenotazioni da qui a un anno! O, per fare ancora un esempio, il business dell’osservazione delle balene ha dimostrato come da un punto di vista economico una balena valga molto di più viva che morta. Calcoli analoghi sono stati fatti sul valore di un singolo esemplare di orso, che, anche se non visto, attira turismo per un valore economico molto rilevante.

Per chiudere, una riflessione sulla filosofia dietro al concetto di rewilding. Di recente l’antropologo Marc Augè, su Repubblica, ne parlava con toni critici, come una sorta di fuga dal mondo contemporaneo, la ricerca di un Eden perduto e idealizzato. Mentre il giornalista britannico George Monbiot (autore di Feral. Searching for enchantment on the frontiers of rewilding) vede il rewilding non solo come ricostituzione degli ecosistemi, ma anche, applicando l’idea al nostro stile di vita, come un “rinnovato coinvolgimento dell’uomo nella natura”. Lei come si colloca rispetto a questi due opposti atteggiamenti?

Rispondo con un paragone. Un turista che va a Parigi a visitare il Louvre difficilmente nella sua vita ricorderà un solo quadro, a parte la Gioconda. Un turista che vede per tre secondi un orso se lo ricorderà invece per tutta la vita. Questo dovrebbe farci riflettere. È evidente che la nostra anima selvaggia, in qualche modo, è un elemento dal quale ci siamo separati a causa dell’evoluzione storica e socioeconomica della nostra civiltà. È altrettanto evidente, guardando alla crescita del turismo naturalistico ed ecoturismo, che tantissima gente cerca di nuovo un rapporto con la natura selvaggia. Non credo affatto che si tratti di fuga dalla realtà: quella espressa da Augè è una visione molto urbano-centrica. La realtà è che la gente cerca un rapporto con la natura selvaggia ed è felice di averlo perché è radicato nel profondo della nostra natura umana. Penso, personalmente, che se le persone riuscissero ad avere, nel proprio quotidiano, un legame un po’ più stretto con questi elementi, sarebbero più equilibrate e meno stressate da uno stile di vita così lontano, ormai, dalle dinamiche naturali.
Giorgia Marino | 2011