lastampa.it, 22 settembre 2014
Vegetation as a Political Agent

Dalle piantagioni coloniali agli orti sociali: la vegetazione “politica” in mostra

«Vai verso il centro del prato, dopo la collinetta – mi dice la gentilissima addetta stampa del Parco Arte Vivente di Torino – Dovresti intravedere la sagoma di un alieno come quelli dei videogiochi: è l’installazione di Daniel Halter, si intitola Mesembryanthemum Space Invader». Il Mesembryanthemum è una piantina sudafricana classificata in Europa come altamente infestante, un’erbaccia insomma, che l’artista di Cape Town ha introdotto al PAV come metafora dei moti migratori umani e del colonialismo, ponendosi una domanda di fondo: chi determina se il movimento di persone, flora e fauna di tutto il mondo è invasivo o no? «Sì, la vedo!», grido alla mia accompagnatrice. Ma in realtà non vedo nulla, o meglio, immagino: a due mesi dalla semina, la piccola aliena sudafricana si è perfettamente integrata con le erbacce autoctone, nessuna di loro ha rispettato il tracciato originario e addio sagoma di Space Invader. Pare che Halter abbia raggiunto il suo intento.

L’indisciplinata opera vivente dell’artista sudafricano è emblematica di ciò che vuole raccontare la mostra “Vegetation as a Political Agent”, al PAV fino al 2 novembre. «Si tratta di restituire una prospettiva storica al mondo vegetale, al di là del mero paradigma scientifico-naturalistico con cui siamo abituati a guardarlo», spiega il curatore Marco Scotini. Lungi dall’essere semplici elementi decorativi o inerti oggetti di studio, le piante hanno dunque una storia, anzi, fanno la storia, interagendo con gli uomini, rivelando inaspettate implicazioni economiche, politiche e sociali. Si muovono, si evolvono, viaggiano, occupano territori insieme ai colonizzatori, soffrono e recedono accanto agli oppressi, diventano strumenti di lotta e rivendicazione per i ribelli.
La mostra costruita da Scotini si presenta così come una meta-opera: una vasta cartografia che percorre epoche e latitudini, creando un’unica narrazione per il lavoro di una quindicina fra artisti e attivisti, a loro volta impegnati nel realizzare progetti, partecipare a proteste o documentare movimenti di popoli e piante.

Si parte idealmente dal colonialismo, nodo originario e problematico del rapporto uomo-vegetazione. All’epoca coloniale, fra il XVII e il XVIII secolo, risalgono infatti le prime estese colture seriali, anticipazione del mondo della produzione industriale e della globalizzazione. L’età dell’innocenza vegetale a quanto pare finisce lì: le piante, da neutri e silenziosi osservatori delle beghe umane, diventano strumento di potere, vero “agente politico”. L’installazione che è il cuore della mostra, la Salle Verte dei francesi RozO (Philippe Zourgane e Severine Roussel), riflette appunto sul ruolo che la vegetazione ha avuto nella pianificazione e gestione dei territori coloniali. Sotto un rifugio vegetale, costruito con bambù e foglie di palma dai contadini delle Isole della Réunion, i due artisti collocano immagini e documenti video sulle ex-colonie francesi: da una lato le piantagioni algerine, che testimoniano un processo di decostruzione del paesaggio capace di rendere gli indigeni stranieri nella loro stessa terra; dall’altro, i soldati Viet Minh che, al contrario, sfruttano le ben conosciute savane e foreste come arma nella guerra di liberazione dai francesi.

Da mezzo di conquista e assoggettamento, la vegetazione si trasforma dunque in strumento di resistenza, eversione e protesta. Come per l’agronomo Amilcar Cabral, che, puntando sul miglioramento dei metodi di coltivazione e delle condizioni di vita del proletariato agricolo, portò l’intero popolo della Guinea Bissau verso l’indipendenza dal Portogallo; o per l’artista militante Emory Douglas, esponente del partito afroamericano delle Pantere Nere e fiancheggiatore del Movimento Zapatista, pacifista e con profonde radici nel mondo rurale. Dai grandi movimenti popolari degli anni ’50-’70 all’ambientalismo moderno il passo non è così breve, ma seguendo la sua ideale “linea verde”, Scotini riesce comunque a individuare analogie e parentele, passando attraverso figure ibride come l’artista-agronomo ungherese Imre Butka, che nelle sue singolari performance mescola antiche tradizioni contadine e simboli di un generico proletariato comunista, o l’attivista sociale, scrittore e professore Mel King, personalità carismatica del movimento afroamericano, legislatore progressista, organizzatore di comunità, promotore dello sviluppo sostenibile e della permacultura urbana a Boston.

In questo passaggio si inserisce anche la straordinaria esperienza di Bonnie Ora Sherk, artista e attivista americana che può vantarsi di aver costruito una concreta utopia verde… sotto un cavalcavia autostradale di San Francisco! Fondata nel 1974, The Farm è partita come ricovero urbano per animali domestici e da allevamento, diventando man mano anche un orto condiviso, una scuola materna, un centro di educazione ambientale, un teatro: una comunità, insomma, nel senso più esteso del termine. «The Farm è un’opera d’arte sociale – scrive l’autrice – è una metafora della civiltà, un microcosmo. È un dipinto, un’opera teatrale, una scultura e un modello sociologico. È, in definitiva, un mezzo per sopravvivere in modo meraviglioso».

La meraviglia e l’utopia hanno a che fare con altre due esperienze documentate al PAV e, non a caso, accostate nell’ultima sala della mostra, come un ponte verso il futuro. Onirico, quello tracciato da Adelita Husni-Bey, che in Story of the Heavens and Our Planet racconta, tra finzione e realtà, la vita in due campi di treesitting del Regno Unito, immaginando che le fluttuanti capanne sugli alberi possano un giorno diventare un vero modello abitativo sostenibile. Più scientifico, invece, è il modello proposto, o meglio riproposto da Fernando Garcia Dory che, con il progetto Dream Farms. Fish-Banana-Chicken Revolution, si mette sulle tracce dell’eredità perduta di George Chan. Pioniere della sostenibilità ecologica, Chan è un personaggio da film: uno di quegli scienziati buoni e un po’ eccentrici che progettano miracolosi – e misconosciuti – sistemi per salvare il mondo. Non a caso, il suo complesso sistema di coltivazione e allevamento simbiotico, basato sul ciclo vitale dei rifiuti organici, Chan lo ha battezzato “la rivoluzione della Pietra Filosofale”. Alla sua opera, l’artista spagnolo Garcia Dory ha dedicato un libro e un archivio in progress, dove sono raccolti schizzi, progetti, fotografie e modellini in scala di quella che, chissà, potrebbe diventare la fattoria del futuro.

Giorgia Marino | 2011